‘AL TUBO’. L’usura, le minacce e i 200 euro al mese per il ‘servizio di protezione’

La storia di usura tra le carte dell’inchiesta “Piramidi”

al tubo

CATANIA – La mafia esiste. Esiste ancora. Non è solo negli appalti, nei grossi affari, nella corruzione. E i proprietari di “AL TUBO” lo sanno. Nelle carte dell’inchiesta “Piramidi”, l’operazione della DDA di Catania che ha portato all’arresto di 14 persone e al sequestro di sei aziende, c’è anche altro.

Usura, minacce, estorsione e rapina. L’altra faccia della medaglia, quella della quale non si parla e che invece continua a pesare sull’economia locale.

È la storia dei titolari della storica pizzeria “AL TUBO”, sul lungomare di Aci Castello. Il paradosso è che la vicenda di prestiti e tassi usurai non sono loro a denunciarla, ma Salvatore Grillo, uno dei 14 arrestati nella maxi-operazione sul traffico di rifiuti.

Grillo – imputato poi assolto nel processo “Orsa maggiore” –  fa impiegare  il figlio Carmelo presso la pizzeria “AL TUBO”. Il ragazzo lavora il fine settimana, per 40 euro al giorno. Fino a quando il ristoratore castellese non  accetta di impiegare Carmelo Grillo a tempo pieno “per timore di implicite ritorsioni da parte del padre, gravato da numerosi precedenti penali e vicino alla famiglia mafiosa dei Santapaola“.

È così che inizia il calvario che porterà i titolari della pizzeria-trattoria a calare definitivamente la saracinesca della storica attività castellese.

Gli affari scemano e le banche non concedono finanziamenti.
Così, nel novembre del 2014, il titolare de “AL TUBO” decide di rivolgersi a Salvatore Grillo per ottenere un prestito: 5.000 euro, per i quali pagherà 500 euro al mese di soli interessi, consegnando al Grillo un assegno in bianco come garanzia di restituzione del debito.

È solo il primo prestito a tassi usurai che Grillo gli concederà. In totale, il ristoratore arriverà a chiedere 30.000 euro, pagando all’usuraio fino a 4.500 euro mensili di soli interessi: 150 euro al giorno che Grillo prelevava direttamente dall’incasso.
Grillo si riteneva ormai “socio di fatto” della pizzeria e si comportava da padrone: “Dall’estate  del 2014 aveva ostentato di essere socio perché gli aveva prestato del denaro e che dovevamo quindi rispondere a lui” racconta uno dei dipendenti.

Ma l’estorsione non finisce lì. Quando il ristoratore non riesce più a pagare gli interessi usurai, iniziano le minacce: “Lo minacciano di percosse, di violentargli la moglie e di gettare in mare la figlioletta di cinque anni“. E arrivano anche le ritorsioni sul locale: piatti e attrezzature rotte, i catenacci con le chiavi spezzate dentro per costringerlo a non aprire.

I piccoli imprenditori non ce la fa più, ma invece di rivolgersi alle forze dell’ordine preferiscono chiedere protezione ad altri mafiosi: si rivolgono a Rosario Zuccaro, figlio di Maurizio, boss ergastolano affiliato ai Santapaola.

Zuccaro incaricherà due scagnozzi, Giuseppe Pippo Verderame e Simone Piazza. “Se vuole recuperare i suoi soldi deve parlare con noi. A quelli li deve lasciare stare perché ora ci siamo noi”, dicono telefonicamente al figlio di Grillo.

“Non ce n’è più soldi gli dici a tuo padre che veniamo a casa e gli facciamo la testa come uno scolapasta“. “Sei un morto che cammina“.

Ed è proprio Salvatore Grillo a chiedere aiuto ai Carabinieri. Mentre il proprietario de “AL TUBO” prometteva agli scagnozzi di Zuccaro 200 euro al mese quale compenso del “servizio di protezione”.

 

 

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