Alfredo Agosta e l’antimafia delle persone comuni

L’associazione antimafia Alfredo Agosta non persegue la logica del premio e del business

«Giorno 18 marzo del 1982, verso le ore 19.10 circa, in Catania, al Viale Vittorio Veneto, nei locali del bar di tale Foti Mario, veniva consumato un agguato mafioso, cui ne accadeva duplice omicidio. Nell’occorso rimanevano vittime della azione di fuoco Rosario Francesco Romeo (pregiudicato) ed Alfredo Agosta (Maresciallo Maggiore “Aiutante”).
Dopo qualche minuto, si portavano sul posto i vertici istituzionali dell’Arma nonché funzionari della locale Squadra Mobile. Agli occhi degli Organi investigativi di Polizia si palesava il seguente scenario: i corpi dei due individui giacevano a terra, quello del pregiudicato era riverso supino attinto da diversi colpi di arma da fuoco, sia davanti che a tergo del corpo, mentre quello del sottufficiale era riverso bocconi, e presentava un solo forame di ingresso, localizzato al suo fianco destro.

Da una prima sommaria ricostruzione dei fatti, in base alla localizzazione delle ferite mortali riportate dai due cadaveri e dalla posizione finale di quiete assunta, si era potuto dedurre che il pregiudicato Rosario Francesco Romeo si trovava nel predetto esercizio pubblico, in quanto il Maresciallo Alfredo Agosta, noto e meritorio Ispettore dei Carabinieri, in servizio presso il Nucleo di Polizia Giudiziaria del Tribunale di Catania, stava espletando delicate indagini di Polizia Giudiziaria, e nel far ciò si avvaleva di informatori/confidenti.

Si desunse che un killer, appena entrato nel locale, aprì il fuoco dapprima contro il Romeo, poi, proseguì, esplodendo un colpo di fucile (risultato mortale) all’indirizzo del sottufficiale, che, benché consapevolmente disarmato, appena assistette all’azione testé riferita, non esitò nemmeno per un secondo ad intervenire, cercando di contrastare l’azione criminale. Nel chiaro tentativo di opporsi ai malviventi e quindi contrastare e bloccare il killer, che aveva aperto il fuoco, non riusciva nel suo lecito intento perché il colpo di fucile, che lo attingeva mortalmente».

Quel 18 marzo del 1982 Giuseppe ed i suoi due fratelli erano ancora minorenni.

Sei mesi dopo sarebbe caduto sotto lo stesso piombo mafioso il gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa: stessa divisa, gradi diversi.

I figli di Alfredo Agosta, non sono diventati deputati o senatori, non hanno scelto una carriera politica, ma hanno servito e continuano a servire le istituzioni con quello stesso senso del silenzioso dovere insegnatogli dal padre.

Hanno fondato un’associazione antimafia che già nello statuto parla chiaro, precisando che essa non si iscrive nella logica “del premio e del business”.

alfredo agosta

Hanno aperto uno sportello di ascolto della popolazione che chiede aiuto, incoraggiato lo sportello antiviolenza in favore delle donne, sono impegnati nell’aiuto delle famiglie sovraindebitate.

Insomma, onorano il padre servendone gli stessi valori, da persone comuni alle quali non è stato riservato un destino comune, da persone semplici per i quali l’antimafia non è un mestiere, un’opportunità, una medaglia, ma semplicemente un dovere.

La famiglia Agosta e la loro associazione rappresentano quanto di meglio questa terra esprima.

Articoli correlati

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nome *