No all’assegno di mantenimento alla ex moglie se può lavorare o se ha un nuovo partner

Addio all’assegno di mantenimento in tutti i casi in cui non sia meritato

La Suprema Corte di Cassazione, con Ordinanza n. 14244 del 12.07.16, torna a dire addio all’assegno di mantenimento in tutti quei casi in cui non sia meritato o quando la donna abbia già un’altra spalla su cui poggiarsi. Due sono infatti le ipotesi in cui, per giurisprudenza ormai consolidata, viene meno il diritto all’assegno di mantenimento della donna.

  1. quando la ex moglie sia ancora nelle condizioni fisiche di lavorare, ma non si sforzi di reperire un’occupazione lavorativa;
  2. quando la donna inizi una convivenza stabile con un nuovo partner, potendo così contare sul sostegno economico di un’altra persona.

La donna che riceve l’assegno mensile di mantenimento da parte dell’ex marito deve contemporaneamente cercare una propria occupazione lavorativa o qualsiasi altro metodo che, consono alla propria formazione, le consenta di vivere con le proprie forze. Lo stato di pigro abbandono porta inesorabilmente alla perdita dell’assegno di mantenimento.

Difatti, secondo ormai un indirizzo costante della Cassazione, nel valutare il diritto al mantenimento e l’entità dello stesso, il giudice considera anche la formazione culturale e lavorativa del soggetto beneficiario, l’età dello stesso, le precedenti esperienze lavorative e, quindi, la sua attitudine al lavoro. La possibilità astratta di potersi reimpiegare in un qualsiasi tipo di attività – sia essa autonoma o di lavoro dipendente – e non “tentare” quantomeno di farlo, implica la cancellazione dell’assegno di mantenimento.

Detto in altri termini, la donna giovane, ancora “abile” al lavoro e quindi in grado di reperire un proprio reddito che le garantisca un tenore di vita più o meno assimilabile a quello goduto durante il matrimonio, non ha diritto alla stessa tutela. E ciò vale anche se la moglie durante il matrimonio si occupava solamente del lavoro casalingo.

Almeno quando ciò è possibile, i due ex coniugi devono tentare di badare a sé stessi da soli, senza mai costituire un peso per l’altro. Quindi, sebbene in prima istanza ben potrà essere possibile che il giudice accordi un mantenimento alla donna con reddito nettamente più basso rispetto al marito al fine di garantirle una continuità con il procedente tenore di vita, laddove successivamente venga constatata la sua completa inattività all’obbligo di cercare un’occupazione lavorativa, tale assegno potrà essere ridotto o addirittura azzerato.

Il rigore di tale valutazione è ancor maggiore poi se si tratti di assegno divorzile piuttosto che dell’ordinario assegno di mantenimento al coniuge durante la separazione. È pacifico infatti che l’assegno divorzile, destinato a durare nel tempo (anche per tutta la vita), abbia natura meramente assistenziale e sia soggetto a valutazioni molto rigorose, da effettuarsi caso per caso (Cass. Civ. Ordinanza n. 24324/2015).

Altra ipotesi è quella in cui la donna abbia iniziato a convivere in modo stabile con un altro uomo. Ciò che conta è che tra la ex moglie e il nuovo partner vi sia una convivenza stabile e duratura, non occasionale. Non rileva neanche il fatto che la donna abbia stretto un legame con un disoccupato incapace di mantenerla: il solo fatto di una nuova convivenza impedisce alla stessa di pretendere il mantenimento dall’ex marito.

Inoltre l’ex moglie che intraprende una convivenza con un nuovo compagno deve sapere che anche se questa relazione poi finisce, non potrà più chiedere l’assegno di mantenimento all’ex marito. In tal senso si è espressa da ultimo la Corte di cassazione, con Sentenza 19345 del 29 settembre 2016, secondo la quale l’instaurazione di una nuova famiglia di fatto scioglie per sempre qualunque connessione con il tenore e il modello di vita che caratterizzavano la precedente fase di convivenza matrimoniale.

Ad avviso della Suprema Corte, «l’instaurazione di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore e il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire meno il presupposto per la riconoscibilità dell’assegno di mantenimento a carico dell’altro coniuge, cosicché il relativo diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso».

Per motivare la pronuncia – che segue e rafforza l’orientamento già espresso con Sentenza n. 6855/2015 e n. 2466/2016 – la Corte di Cassazione spiega che «la formazione di una famiglia di fatto, tutelata dall’art. 2 della Costituzione come formazione stabile e duratura in cui si svolge la personalità dell’individuo, è espressione di una scelta esistenziale libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio del rapporto e, quindi, esclude ogni residua forma di solidarietà post-matrimoniale con l’altro coniuge, il quale deve considerarsi definitivamente esonerato dall’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile».

Va tramontando insomma l’idea di un mantenimento a lungo termine, inteso erroneamente da molti più come una garanzia a lungo termine che non come una misura assistenziale limitata al tempo strettamente necessario per recuperare una propria autonomia economica e personale.

 

Ursula Raniolo, Avvocato del Foro di Catania, Vice Presidente Camera minorile

Articoli correlati

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nome *