Calcestruzzi Ericina Libera, 20 anni a testa alta nonostante gli sgambetti della mafia

È l’unica ditta di calcestruzzo in tutto il Mezzogiorno a recuperare gli scarti e trasformarli in risorsa

 

TRAPANI – È una bella storia, nonostante tutto. Ma di fatica, Davide deve farne per sconfiggere Golia.

“Ci si batte il petto quando cade un viadotto, ma sarebbe opportuno effettuare più controlli durante la costruzione”. Con il presidente della Calcestruzzi Ericina Libera non parliamo solo di posti di lavoro e di legalità. Ma anche di opere pubbliche, di servizi e di rischi per la collettività.

La ditta produttrice di cemento finisce sotto sequestro nel 1996 e viene confiscata definitivamente quattro anni dopo. In un giorno apparentemente come tanti, gli 11 lavoratori trovano i sigilli ai cancelli dell’aziendaGli inquirenti non hanno dubbi: a gestirla era la mafia. 

Comincia così, il percorso di riappropriazione del bene ad opera delle mani pulite, quelle degli operai, che costituiscono una cooperativa e lanciano una scommessa: la Calcestruzzi Ericina Libera.

Libera dai condizionamenti, libera dai compromessi, libera da Cosa Nostra. “Liberi di poter gestire la nostra vita aziendale”, ci dice il presidente della cooperativa Giacomo Messina.

Il taglio del nastro nel giugno 2011 ufficializza il passaggio dall’amministrazione giudiziaria alla cooperativa dei lavoratori. Ed è proprio quello il momento in cui la strategia malavitosa tenta di svalutarla per farla fallire o anche portarla alla vendita per riappropriarsene.

Non soltanto i boicottaggi da parte di committenti e fornitori. A spiegarlo è il giornalista Rino Giacalone, “cronista che fa sempre i nomi e i cognomi, che non si rifugia mai nel sentito dire, nel pettegolezzo, che cerca sempre di raccontare quanto accade nella sua realtà”. Parola del direttore del Fattoquotidiano.it Peter Gomez.

Così Giacalone delinea una figura centrale di questa vicenda: il prefetto Fulvio Sodano. Vale a dire il rappresentante dello Stato, trasferito due anni dopo il suo insediamento a Trapani perché “accusato” di essere “favoreggiatore” proprio dello Stato.

«Fulvio Sodano – scrive Giacalone – fu “cacciato” via da Trapani nell’estate del 2003 dall’allora Governo Berlusconi, ministro dell’Interno Beppe Pisanu oggi presidente della commissione nazionale antimafia. La commissione che ha pure tentato nella passata legislatura e in quella prima ancora di affrontare la questione, ma non trovò unanimi visioni. “Signor prefetto ma lei sta favorendo troppo la Calcestruzzi Ericina”. Quella non era una impresa qualsiasi, era una ditta confiscata alla mafia, che era diventata patrimonio dello Stato. Favorire perciò la Calcestruzzi Ericina significava appoggiare lo Stato. E quella era la cosa che stava facendo a Trapani il prefetto Fulvio Sodano, massima espressione dello Stato non poteva fare altro. Chi gli si rivolse a lui dandogli del “favoreggiatore”, secondo il racconto di Fulvio Sodano al magistrato che andò a sentirlo, fu l’allora sottosegretario all’Interno senatore Antonio D’Alì».

Ma la Calcestruzzi Ericina Libera resta dov’è, da oltre 20 anni.  Usare il cosiddetto calcestruzzo ‘depotenziato’ è un’abitudine diffusa nel mercato, quello delle costruzioni, ancora nella morsa delle organizzazioni mafiose. Per questo, è necessario “fare squadra”.

“Non siamo mai rimasti soli. Per dirla con le parole di Don Luigi Ciotti: si è creato il ‘noi’ all’interno dell’aziendaPrefettura e Procura di Trapani, forze dell’ordine, Agenzia del Demanio, Regione Sicilia, Libera, Legambiente. Ma anche imprese private e associazioni di categoria (Unipol Banca, Anpar e Lega Coop)”.

Tutti per aiutare i 7 soci della cooperativa a ripartire. A muovere i primi passi per correre poi da soli.

“Nel nostro territorio, ben che vada, i rifiuti edili riempiono le discariche e nel peggiore dei casi vengono abbandonati”. Per questo, sotto suggerimento di Legambiente, nel 2004 lo stabilimento si dota di un impianto di riciclaggio all’avanguardia. Obiettivo: recuperare gli scarti e trasformarli in risorsa.

Ad oggi, è l’unica struttura con queste caratteristiche in tutto il Mezzogiorno. Eccellenza che fiorisce su un territorio (e un’azienda) confiscato alla mafia.

“Su questo modello, molte altre aziende si potrebbero salvare. Bisogna dare necessariamente un segnale forte”. Il presidente Messina non ha dubbi: “Il cambiamento è possibile, la legalità paga”.

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