La calunnia, il fango, ma infine la Giustizia. Che vince sempre

La reputazione è il bene più prezioso della vita. Misura la nostra attenzione per il prossimo ed è odiata da chi odia il prossimo

Calunnia

Per un uomo la reputazione è tutto.

La reputazione si guadagna giorno per giorno, non vive di rendita, non si eredita, e si può perderla in un momento perché ogni giorno ed in ogni scelta siamo chiamati a decidere se comportarci bene verso il prossimo o se no.

Quando ho deciso di iscrivermi a giurisprudenza ero un ragazzo tracimante di ottimismo, quell’ottimismo che mi ha fatto superare una resistenza ricorrente sul futuro di quella mia passione per l’avvocatura visto che non avevo papà, zii, nonni avvocati.

Laureatomi, in regola col corso, cominciarono le paure, subito lenite dall’incontro col mio Maestro, l’avv. Nino Papalia, al quale debbo gratitudine a vita.

A novembre ho compiuto 30 anni di avvocatura.

Ho avuto molta fortuna e ho dato tutto quello che potevo in sacrificio e dedizione.

La mia passione per l’avvocatura oggi è intatta, e forse persino più forte di 30 anni fa, vista la stagione triste che vive la giustizia.

Centinaia di clienti possono testimoniare, e mi hanno testimoniato in questi anni, la correttezza e la serietà del mio impegno professionale.

5 anni orsono la mia Toga ha subito gli schizzi della calunnia, come può capitare a tutti e come non dovrebbe capitare a nessuno.

Per 5 anni ho avvertito un dolore trafittivo ogni qualvolta i media, con la quella punta di veleno che è destinata a tutti coloro che hanno il torto di fare con buona fortuna il loro lavoro, mi hanno dedicato un’attenzione morbosa.

Poco contavano i fatti, tanto ciò che passava era che qualcuno mi avesse denunciato.

Poco contavano le due richieste di archiviazione avanzate dalla Pubblica Accusa, perché comunque si tratta di macchie che, per quanto la verità finirà per smacchiare, tuttavia ti lasciano l’alone.

Ed ogni attenzione mediatica è stata per me una pugnalata al cuore, per mia moglie e mia figlia un dolore, per mio padre e mia madre e per mio fratello una sofferenza, per i miei amici un dispiacere.

Dopo 5 anni è arrivata la sentenza, assoluzione piena perché il fatto non sussiste.

Gli articoli sui media, e non su tutti quelli che mi hanno schizzato fango, si sono ridotti a poche righe, nessuno chiede scusa, le buone notizie non fanno notizia.

Confido che in molti provino vergogna nel silenzio della loro coscienza.

Il mio non è un caso di malagiustizia ma al contrario di giustizia.

La giustizia nel nostro Paese è sana, ma ad essere ammorbato è il circuito mediatico.

Lo dico anzitutto facendo ammenda, perché nella mia veste di piccolissimo editore avrò pure io contribuito ad addolorare qualcuno, e lo scrivo proprio perché questa mia sofferenza possa, aggiunte ad altre, assai più profonde e gravi, diventare riflessione, monito, dibattito.

L’aggressione volgare e dolosamente calunniatrice non ha osservato neppure una sospensione quando mia moglie si ammalava di leucemia, ci ha tolto il sonno, mi ha consegnato a giornate impossibili, mi ha fatto provare umiliazione.

Altri, come sempre succede in questi casi, hanno colto l’occasione per dire che non potevo stare in certe istituzioni perché avrei potuto macchiarle, e questo a chi, come me, ha sempre ingaggiato battaglie vere per cambiarle, quelle istituzioni.

Il male trova sempre ottimi alleati!

Il Giudice mi ha restituito l’onore, i miei avvocati, Mariagrazia Biondi ed Emanuela Fragalà, mi hanno commosso, i miei amici non mi hanno abbandonato, i miei affetti mi hanno sostenuto.

Oggi, resto quell’ottimista che scelse a 18 anni l’avvocatura, e ricavo che nulla nella vita di un credente succede per caso, e che è stato importante, persino utile per me, vivere ciò che talvolta i clienti dell’avvocato vivono sulla loro pelle.

All’avvocato vero capita alle volte di vivere una sofferenza vicaria, e questa volta è toccata a me la parte del Cireneo (neppure il Cireneo aveva accettato di buon grado di portare la Croce), è toccata a me la gogna mediatica.

Mi sento, oggi, più forte e più consapevole di prima per il sostegno ricevuto nella prova.

A tutti coloro che sono vittime della calunnia, della maldicenza, dell’offesa violenta, vorrei trasmettere un pensiero che quotidianamente mi ha sostenuto in questi cinque anni di lotta; non è un pensiero mio, ed anzi più che un pensiero è una promessa, alla quale ho creduto e credo perché viene dal mio Gesù, quando sulla montagna ricordò: <<Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati>> ed ancora << Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli>> (Matteo 5, 6 e 10).

Abbiate fiducia tutti, dunque, vittime e carnefici, perché la Giustizia arriva e trionfa sempre.

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  • Antonio carissimo,
    come sai, anch’io appartengo alle centinaia di persone che si sono rivolte a te per essere difesi nelle aule giudiziarie.
    In quella circostanza, ricordo in maniera indelebile, con quanto spirito di abnegazione, passione e professionalità mi hai rappresentato e difeso dall’accusa, facendomi restituire proprio dalla “giustizia” e da quel GIP, ” la dignita’ ” prima come persona, poi come lavoratore, ed infine come dirigente sindacale.
    Ma oltre a questo, non potrò mai e poi mai dimenticare il sostegno personale e morale che hai rivolto a me e alla mia famiglia tutta, in quei momenti tristi e bui della mia vita.
    Come non potro’ mai e poi mai dimenticare la tua generosita’ e la tua amicizia nell’occasione , dimostratami, rappresentandomi in giudizio a titolo meramente gratuito, consapevole delle mie difficoltà economiche del momento.
    Ti sarò per sempre riconoscente!
    Un caro saluto con affetto e stima. Giovanni Lo Schiavo

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