Cannova, Verace e Salafia: ecco i “dirigenti asserviti” alla mafia

Il ruolo dei tre i dipendenti pubblici al centro dell’inchiesta “Piramidi” coordinata dalla DDA di Catania

dirigenti asserviti alla mafia

CATANIA – “Dirigenti asserviti ad interessi privati”. Così il Procuratore Carmelo Zuccaro descrive il comportamento dei tre funzionari che in barba alla legge avevano consentito a Nino e Carmelo Paratore di “operare in situazioni tale da poter lucrare a danno dell’ambiente e del territorio”.

Sono tre i dipendenti pubblici al centro dell’inchiesta “Piramidi”, coordinata dalla DDA di Catania che ha portato oggi a 14 provvedimenti di custodia cautelare. Nel mirino degli inquirenti Gianfranco Cannova, Mauro Verace e Salvatore Salafia.

I due funzionari del Dipartimento Regionale Acque e Rifiuti, Cannova e Verace, e l’impiegato del Comune di Melilli, Salafia, avrebbero rilasciato concessioni e nulla osta che avrebbero di fatto consentito ai Paratore di operare indisturbati: “avevano nel tempo fornito il proprio contributo criminale – si legge nel comunicato stampa dell’operazione – omettendo per anni di attivarsi, sebbene informati dagli organi di controllo della condotta della CISMA che, all’interno del sito di discarica operava in assoluto disprezzo dei provvedimenti autorizzativi e della normativa ambientale”.

E sono proprio le figure di Franco Cannova e Mauro Verace a risultare più rilevanti. Cannova è già noto alla magistratura per il suo coinvolgimento nell’analoga inchiesta che lo vide in manette insieme con l’imprenditore Domenico Proto.

Cannova, “in qualità di funzionario dell’Assessorato Regionale Territorio e Ambiente – si leggeva nell’ordinanza che nel 2014 portò al suo arresto – riceveva ed accettava la promessa di denaro ed altre utilità da Domenico Proto, presidente della OIKOS Spa a titolo di controprestazione per la commissione di atti contrari ai doveri del proprio ufficio”.

“Fino a che Cannova resta nel suo ruolo alla Regione e cioè fino al suo arresto – afferma oggi il procuratore Zuccaro – per la CISMA tutto era lecito”.

Non di minor entità sarebbe tuttavia la posizione di Mauro Verace, anch’egli dirigente del Dipartimento Regionale Acque e Rifiuti. “Prima di diventare dipendente regionale – spiega il sostituto procuratore Raffaella Vinciguerra – Verace è stato anche consulente tecnico per la Procura di Siracusa e commissario ad acta nominato dal Tar di Catania”.

“Verace – continua il PM – avrebbe modificato la valutazione di impatto ambientale (Via) così da consentire alla Cisma la possibilità di ricevere rifiuti anche da fuori provincia, traendo in inganno sia il TAR che il CGA che gli danno alla fine parere favorevole”.

Così facendo i Paratore ottengono l’autorizzazione per un secondo bacino di discarica all’interno della CISMA:  “Questo – spiega ancora la Vinciguerra – gli ha consentito di raddoppiare il bacino di discarica, che unito all’omesso corretto smaltimento dei rifiuti gli avrebbe assicurato guadagni stratosferici”.

La zona di Siracusa, per la presenza già degli impianti petrolchimici, è una zona che si sarebbe dovuta trattare con riguardo: “Tutela non rispettata – conclude Raffaella Vinciguerra – perché se Carmelo e Nino Paratore e la CISMA hanno potuto violare l’ambiente in tutte le sue forme, prendendo rifiuti esterni all’ATO di Siracusa e passando alla GESPI delle sostanze che poi venivano incenerite emettendo in aria diossina con rischi anche per i lavoratori della stessa GESPI con quadagni enormi, questo è stato possibile solo grazie alla collaborazione criminale dei pubblici funzionari”.

“Priorità del nostro ufficio – ha affermato Carmelo Zuccaro – è smascherare casi di questo tipo: casi di connivenza e di corruzione fra pubblica amministrazione, organizzazioni mafiose e interessi individuali. Casi che non sono purtroppo isolati”.

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