Caro Presidente, allora ci dica lei cosa scrivere

Il governatore ha individuato il grande male che attanaglia la Sicilia. Ovvero il “giornalismo spazzatura”, cioè quello che non piace a lui

PALERMO – Va dato atto al Presidente Nello Musumeci di aver fatto presto a individuare i problemi che zavorrano la Sicilia. La crisi economica accompagnata da un grave deficit? Certo. L‘emergenza rifiuti con il rischio di un black out nella gestione della “monnezza” da qui a pochi mesi? Pure. La necessità di un riassetto istituzionale, dalla revisione dell’autonomia regionale al ripristino delle Province? Chiaro. Ma prima di tutto questo, il governatore ha denunciato un altro grande male che attanaglia la Sicilia. Ovvero il “giornalismo spazzatura”.

Così il Presidente della Regione esponendo all’Ars le linee programmatiche del suo Governo: “La Sicilia è un’isola ancora prigioniera di antichi pregiudizi ed esaltata da certo giornalismo spazzatura, prodotto da operatori pagati. Noi siamo consapevoli delle connivenze e opacità recenti e remote che pesano sulla Sicilia, ma una cosa è lo stimolo altra cosa è l’accanimento, solo per il gusto di fare audience, ascolto”. 

Anche Musumeci, insomma, si inserisce nel dibattito globale sulle fake news. Contestando i magheggi della feroce stampa avversaria, avvelenata nei confronti dell’esecutivo sin dalle prime settimane. Un “accanimento” che il presidente non ha esitato a denunciare, con la schiettezza che lo contraddistingue ma senza venir meno al garbo e allo stile istituzionale. Garbo e stile trasversalmente apprezzati dall’Aula di sala d’Ercole, che anche per questo si è mostrata mezza vuota durante l’intervento del governatore. 

Dettagli. Facendo ricorso all’oratoria che lo ha reso noto in tutta Italia, dall’Alpi a Sicilia, dal Manzanarre al Reno, Musumeci ha detto pane al pane e vino al vino e denunciando le cadute di stile di una categoria, quella dei giornalisti, di cui peraltro fa parte. Un discorso che merita altrettanta schiettezza, non volendo nel nostro piccolo ostacolare il lavoro del Presidente e del suo Governo né mai cadere negli “antichi pregiudizi” propri del “giornalismo spazzatura”.

Chiediamo dunque al Presidente della Regione – al Governatore, al collega, all’uomo – di chiarire cosa la stampa non dovrebbe scrivere per non essere “giornalismo spazzatura”. E’ stato “giornalismo spazzatura” denunciare, durante la campagna elettorale, come in seno alla coalizione del candidato Musumeci vi fossero candidature inopportune, e come queste candidature avrebbero inciso sul risultato finale del voto (lo ricorda il deputato Cateno De Luca, che non senza una logica continua a chiedere al Presidente se intenda o meno accettare il suo voto di “impresentabile”)?.

E’ stato “giornalismo spazzatura”, all’indomani del voto, descrivere la lottizzazione dei posti in Giunta e la repentina evaporazione della maggioranza? E’ stato “giornalismo spazzatura” denunciare la nomina di Vittorio Sgarbi alla Cultura, quando lo stesso Musumeci lo aveva definito “inadatto a fare l’Assessore”? E’ stato “giornalismo spazzatura” aver preso le difese del PM Nino Di Matteo di fronte agli attacchi indegni del medesimo Sgarbi?

E ancora, per capire bene. E’ stato “giornalismo spazzatura” avvertire i lettori dell’asse tra PD e Forza Italia per l’elezione del Presidente dell’ARS Gianfranco Micciché, e la restituzione del favore da parte di FI per l’elezione dei deputati segretari e delle Commissioni? E’ stato “giornalismo spazzatura” denunciare l’elezione di “impresentabili” alla presidenza delle Commissioni, compresa quella sul Bilancio con Riccardo Savona? E’ stato “giornalismo spazzatura” seguire la polemica sui maxi-stipendi dei funzionari dell’ARS aperta da Micciché con la successiva uscita dell’Assessore Figuccia dalla Giunta?

Ce lo dica, signor Presidente, cosicché possiamo adeguare i criteri del nostro giornalismo ai suoi desiderata. Raccontando di un governatore bello e bravo che risolve i problemi ereditati dai predecessori – compresi i suoi attuali alleati – con piglio da statista e con l’animo di un Cincinnato che tra cinque anni si ritirerà in campagna a trebbiare il grano. Possibilmente a petto nudo, come ai bei tempi.

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