Il caso Girlando, inutile riempirsi la bocca di legalità

Etica, morale e ombre nella “casa di vetro” di Palazzo degli Elefanti

bianco girlando

Le notizie si sommano: dall’inizio del “caso Girlando”, i resoconti delle intercettazioni contenute nell’informativa che ha portato all’apertura dell’inchiesta che vede l’ex assessore Giuseppe Girlando accusato di tentata concussione hanno fatto il giro delle testate giornalistiche.

Ogni redazione che è riuscita ad entrarne in possesso ha spulciato le carte e informato la cittadinanza di quanto contenuto all’interno del fascicolo. E il caso è esploso, perché oltre la vicenda della SIMEI e le minacce al direttore generale dell’azienda Gianluca Chirieleison, all’interno del materiale raccolto dai Carabinieri del Comando provinciale di Catania c’è un mondo.

C’è la politica, quella che tutti fanno finta che non esista: quella politica che fa indebitamente pressioni per tutelare i propri interessi.

Quella politica che in una delle intercettazioni è il dirigente al Personale Roberto Politano a definire “particolare”.

“Ogni giorno della mia vita mi prendono per il culo” dice Politano parlando con il dirigente ai Lavori Pubblici Corrado Persico:

“Mi chiamano solo per farmi la telefonata e poi fanno ugualmente quello che devono fare loro”

E prosegue raccontando al collega come sia spesso costretto a firmare le delibere durante le riunioni di Giunta, senza avere quindi il tempo di leggerle.

Quelle stesse delibere che il Consiglio Comunale è costretto ad approvare con carattere d’urgenza, senza avere il tempo materiale per approfondirle.

Una macchina amministrativa che il suo “conducente”, il sindaco, non ha però remore a definire come composta da “uomini e donne straordinari” che lo hanno aiutato nel difficile compito di mantenere alto il baluardo della legalità.

Lo ha detto ieri, a latere della conferenza stampa indetta per l’ingresso del Comune di Catania nella compagine societaria della Sac. Elenca gli interventi che in questo senso ha ritenuto necessari: la rotazione dei dirigenti, la richiesta d’intervento dell’Anac nel controllo dei pubblici appalti, il licenziamento della Li Destri, la disdetta del contratto con la ditta incaricata della costruzione del parcheggio in piazzale Sanzio.

Poi il passaggio sull’inchiesta a carico di Girlando: “Posso dire soltanto che nel suo comportamento, qui, nel Comune di Catania, nella sua storia personale, nessuno ha mai messo in dubbio l’onestà e la correttezza dell’avvocato Girlando. E infatti nella sua vicenda non si parla di tangenti o di comportamenti di questo tipo“.

In un sistema politico-amministrativo come quello descritto dall’indagine dei Carabinieri, il fatto che non siano state richieste tangenti, dal punto di vista etico e morale è irrilevante.

Come irrilevante è che l’allora assessore Girlando non ci abbia ricavato alcun guadagno personale, dal punto di vista strettamente economico.

È invece riprovevole, dal punto di vista etico e morale, che “ci vadano di mezzo” un imprenditore, un’azienda storica come la SIMEI e i suoi 45 dipendenti.

Così come riprovevole, dal punto di vista etico e morale, è che un amministratore minacci per via diretta o indiretta un consigliere comunale che adempie al proprio compito istituzionale controllando e denunciando inadempienze, ritardi e mancanze. Poco importa che sia di maggioranza o di opposizione.

Perché a subire minacce e ritorsioni non è stato il solo Manlio Messina: ricattati di recente sono stati ad esempio i componenti della Commissione Bilancio. Una lettera gli è stata recapitata dal nuovo ragioniere generale Massimo Rosso: qualcuno aveva fatto uscire dal Palazzo l’estratto conto che certifica la spesa dei famosi 42 milioni di euro della vecchia Amt. Quei 42 milioni che dalle casse della bad company Amt erano stati trasferiti – senza legittima motivazione, come appurarono i Revisori dei Conti della stessa azienda – dal conto dell’ama a quello della tesoreria comunale. Spesi.
E qualcuno doveva pagare. Non per aver speso quei fondi vincolati, ma per aver fatto uscire la notizia.

Con la missiva, Rosso intimava ai consiglieri di “costituirsi” o di permettere l’individuazione del “colpevole” della fuga di notizie e minacciava provvedimenti.

Possiamo riempirci la bocca di “legalità”, ma siamo ancora molto lontani dall’idea di amministrazione come “casa di vetro”.

 

ESTRATTO DEL DISCORSO DEL SINDACO BIANCO 

 

 

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