Migranti, +48% di arrivi nel 2017. Le storie nascoste dietro i numeri

Soltanto negli ultimi giorni nel Canale di Sicilia sono state recuperate 10.000 persone. Numeri drammatici che celano vicende terribili 

arrivi

CATANIA – I migranti sono esseri umani e gli esseri umani sono storie, anche se a volte lo dimentichiamo.

Anche nei momenti di massima empatia i profughi sembrano soltanto dei numeri. Numeri tragici, come quelli degli ultimi giorni al Porto di Catania, dove oggi sarà completato lo sbarco dei quasi mille profughi messi in salvo dalla nave “San Giusto” della Marina Militare italiana. In gran parte minori, come due delle vittime giunte ieri insieme ai sopravvissuti.

Due, dieci, cento, mille. L’emergenza migratoria obbliga a quantificare, organizzare, razionalizzare. Ad approcciare il fenomeno in maniera lucida – quando si riesce – correndo il rischio che la persona diventi soltanto un’unità della cifra generale da gestire. Specie quando questa cifra diventa drammatica, quando l’esodo assume proporzioni epocali.

TERRA PROMESSA – Secondo una stima diffusa poche ore fa, nel maggio 2017 sarebbero arrivati il 48% di migranti in più rispetto alla stessa data del 2016. I dati del Ministero degli Interni parlano chiaro. Soltanto negli ultimi tre giorni sono stati calcolati diecimila arrivi, portando il numero totale (sic!) di quest’anno a quota sessantamila.

L’anno scorso gli arrivi complessivi a fine maggio erano stati quarantamila. 

Un incremento esponenziale, quello dei disperati che giorno dopo giorno sfidano il mare – mettendosi nelle mani di criminali senza scrupoli, dai trafficanti di uomini agli sfruttatori che spesso prendono il controllo della situazione una volta sbarcati in Italia – per venire ad immaginare un futuro in quella che da lontano deve sembrare una terra promessa. Non Catania, né la Sicilia, né la stessa Italia. La maggior parte delle persone sbarcate vorrebbe andare altrove in Europa, a cercare di guadagnarsi il pane onestamente.

Ma anche chi coltiva intenzioni meno nobili, e talvolta apertamente criminali, ha nell’Europa il suo obiettivo principale. Nel mezzo l’Italia, terra di accoglienza su cui il crimine organizzato vuole avventarsi, come dichiarato in sedi istituzionali da diversi Procuratori della Repubblica.

Anche da quello di Catania, il dottor Carmelo Zuccaro, finito nelle settimane scorse al centro di un vero e proprio “caso” mediatico per aver osato palesare i propri legittimi sospetti sul sistema degli arrivi e dell’accoglienza dei profughi. Indagini recenti – basti pensare all’operazione messa a segno dal Procuratore Gratteri sulla gestione di un centro di accoglienza in Calabria hanno mostrato come i sospetti di Zuccaro e degli altri magistrati siano tutt’altro che infondati. 

FUTURO NEGATO – Un dramma dai risvolti oscuri e complessi, insomma, questo dell’immigrazione. Il cui rischio sta sempre lì, dietro l’angolo, nel considerare soltanto un numero, anche in buonafede, chi invece è un essere umano e in quanto essere umano è una storia, nonostante qualcuno si forzi di negargliela.

A partire da aspetti fondamentali della vita civile come il diritto all’istruzione. 

A restituirci un po’ dell’umanità di queste storie, sul Corriere della Sera di ieri, è il giornalista Francesco Battistini, che da Tripoli racconta le vite dei profughi e la lancinante quotidianità del loro dramma. Quella che traspare dal seguente dialogo, intercettato nel campo-carcere di Sikka: “Mamma mi dai il pallone?”. “No, Ashraf, tu devi stare con me”. “Posso giocare almeno con le guardie?”. “No, ho paura che ti violentino”. “Mamma, quando potrò andare a scuola?”.

La risposta della madre del piccolo Ashraf gela il sangue, schiaffandoci in faccia l’umanità che la cronaca rischiava di cancellare dietro il numero, e talvolta dietro la superficialità di noi occidentali. “Mamma, quando potrò andare a scuola?”. “Mai”.

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