Cinquantuno giorni di libertà (e molti altri a venire)

La libertà ha un buon sapore e non vi rinunceremo facilmente

libertà

Ma che ci siamo messi in testa?

Di informare i cittadini su quanto avviene in città e nei Palazzi dove non gli è concesso entrare? Di aiutarli a comprendere lo stato delle cose per cercare di migliorarle? Di raccontare la nostra terra senza il guinzaglio di nessun potente, in una città che al guinzaglio si va abituando?

Eravamo dei pazzi, con ogni evidenza, quando appena cinquantuno giorni fa esordimmo sulla rete con il progetto Tribù. Pochi matti, contro i tempi e la storia. E per di più intenzionati a dare davvero delle notizie al lettore. Che poi sarebbe il compito dei giornali e di chi li fa, in teoria, anche se a quanto pare il concetto non è così scontato.

Ci sono bastati pochi giorni per capirlo. Due minacce di querela in appena 10 giorni di vita.

Che ci eravamo messi in testa? Mostrare i documenti delle magagne?

Fossimo stati almeno dei millantatori, dei fabbricatori di notizie false: nulla di nuovo sotto il sole, avremmo goduto del “vivi e lascia vivere”. Invece no, ci siamo impuntati a dire la verità. E questo, lo comprendiamo, è insopportabile.

Insopportabile è che abbiamo scritto di tutti conservando il rispetto ma senza avere timore. Con rispetto e senza timore abbiamo raccontato ai cittadini come a Catania possa diventare un rischio persino recarsi al Pronto Soccorso.
Con rispetto e senza timore abbiamo raccontato la Sicilia che ci piace: uomini e donne liberi che fanno bene e fanno del bene.

Tutto questo, a soli cinquantuno giorni dalla partenza, inizia a dare fastidio.

Chi non è abituato a fare lo stesso mostra il suo nervosismo cercando di imbastire attacchi. Si è arrivati ad inventare nostri collegamenti con la massoneria, per esempio, quando l’inchiesta che inaugurò questo progetto fu proprio sulla massoneria e sui rapporti più sordidi tra essa e i poteri criminali della città e della Regione. Rapporti su cui abbiamo riacceso una luce, onorando il lavoro prezioso degli inquirenti.

Un’altra nostra mania, quella di rendere merito alle persone quando fanno bene, cominciando dal lavoro della Procura che non possiamo che definire eccellente.

Un agglomerato di follie, insomma, questa Tribù. Sin dal nome, che evoca la socialità in una terra dove ciascuno dev’essere lasciato solo. Per essere vulnerabile, per essere manipolabile. Per riconsegnarlo ciclicamente ai giochi di un potere invisibile che fa sentire il fiato sul collo, quando non ragioni con la sua testa e non ti adatti alle sue richieste.

 “Dove c’è verità, si può realizzare giustizia e difendere la libertà!”

Diceva un nostro concittadino che è comodo ricordare una volta all’anno.

Che altro dire? Eravamo dei pazzi, e la cosa drammatica è che lo siamo ancora.
Abbiamo assaggiato per cinquantuno giorni cosa significhi fare informazione libera, con impegno e con fatica, lavorando sodo fino a tarda notte e alzandosi presto il mattino dopo. Faticando con piacere quando si è trattato, spesso, di raccontare un’operazione delle Forze dell’Ordine al giorno. Ma anche di uscire per la città, di ascoltare la gente, di trarre le notizie da chi in fondo ne è l’artefice e costui, checché ne pensino gli altri, non è il giornalista ma il cittadino.

Sono i nostri lettori – quelli che hanno già imparato a conoscerci e quelli che arriveranno nei prossimi giorni – gli unici ai quali dobbiamo dar conto del nostro operato. Li ringraziamo, tutti, uno per uno. Per la fiducia riposta nei nostri confronti, per il dibattito sempre costruttivo, per le segnalazioni, per i “mi piace”. Ma anche per le critiche, che ci sono servite e ci serviranno per fare sempre bene e sempre meglio.

Eravamo dei pazzi, e vogliamo continuare ad esserlo. Ce ne assumiamo, naturalmente, tutte le responsabilità. Ma la libertà ha un buon sapore, per chi non abbia già la lingua avvelenata. A noi piace ancora, e non vi rinunceremo facilmente.

 

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