Il “commesso” che aiutò Falcone e Borsellino: “All’interno del bunkerino eravamo felici”

Giovanni Paparcuri, oggi custode del museo istituito nell’ufficio-bunker, racconta a Tribù  i suoi anni con i magistrati uccisi da Cosa nostra

PALERMO – La sposa esce dalla chiesa con un sorriso che è la speranza del mondo. Accanto a lei, lo sposo tiene la testa bassa sotto la pioggia di riso. La prima persona che salutano è il capo del pool antimafia Antonino Caponnetto. Poi i pm Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E’ il 3 marzo 1987 e i magistrati stanno partecipando al matrimonio del “commesso giudiziario” – questo il suo ruolo per tanti anni, nonostante i meriti sul campo – Giovanni Paparcuri.

Anni dopo, alla notizia dell’attentato di Borsellino, Caponnetto pronuncerà le celebri parole: “E’ finito tutto”. Al momento del matrimonio di Paparcuri tutto era già iniziato. Negli anni Ottanta il signor Giovanni è in servizio come autista di Falcone. Quando il magistrato si reca in Thailandia per interrogare un signore della droga cinese, viene assegnato al servizio di Rocco Chinnici, ideatore del pool antimafia. Ed è lì la mattina del 29 luglio 1983, quando Cosa nostra decide di far fuori il giudice che ha trovato il modo migliore di combatterla, far lavorare in team alcuni magistrati specializzati per un processo – il Maxi – che segnerà l’anno zero della lotta alla mafia. 

“La strage Chinnici era stata preannunciata – racconta a Tribù il signor Giovanni – gli inquirenti erano al corrente di un progetto di attentato da parte di Cosa nostra. Falcone non era in Sicilia, De Francesco si trovava a Roma. L’unico possibile obbiettivo era Chinnici. Era nell’aria che stesse per spiccare un mandato di cattura nei confronti dei cugini Salvo, che furono indicati come mandanti della strage. Il consigliere il 27 luglio ci convocò nella stanza – me, il maresciallo Mario Trapassi e l’appuntato Salvatore Bartolotta – dicendoci di stare attenti alle auto di grossa cilindrata. Ci parlò dei suoi timori e ci chiese di decidere se volessimo continuare a stare con lui. Restammo”.

“Non siamo stati dei vigliacchi”, rivendica il signor Giovanni. Che ricorda come il 29 luglio dell’83 fosse una bellissima giornata. “Sono arrivato sul posto intorno alle otto. Mi meravigliò trovare parcheggio proprio di fronte casa di Chinnici. Non potevo sapere che fosse una trappola e che l’auto accanto alla mia fosse l’autobomba. C’erano già Trapassi e Bartolotta, che mi pregò di andare a prendere la ricetrasmittente nella macchina della scorta, a circa venti metri di distanza. In quel momento è sceso il consigliere Chinnici ed è successo il finimondo”.

I 75 chilogrammi di esplosivo posizionati nella Fiat 126 accanto alla quale ha parcheggiato il signor Giovanni fanno il loro dovere. Muoiono Chinnici, Trapassi, Bartolotta e il portiere dell’edificio Stefano Li Sacchi. L’unico sopravvissuto è Paparcuri. Che riporta ferite gravissime. Gli vengono riattaccate due dita, estratte schegge un po’ in tutto il corpo. L’Ospedale militare vuole riformarlo. “Ma io, come si dice a Palermo, ho le corna dure. Non ho firmato il verbale e sono rimasto a lavorare”.

Torna al servizio di Falcone. A Palermo sono arrivati i primi computer e nessuno ci capisce un accidente. Il signor Giovanni, invece, riesce a far funzionare la macchina e viene notato da Borsellino. “Mi disse: Giovanni, visto che a te piace l’informatica, vuoi occuparti tu di questo lavoro? Così per tanti anni ho lavorato spalla a spalla con loro. Non da eroe, da persona onesta che aveva dimostrato di essere capace di fare qualcosa”. Alle dipendenze di Falcone e Borsellino, Paparcuri mette su la prima banca dati della storia sulla criminalità organizzata. Un ruolo fondamentale, mentre i giudici istruiscono il Maxi-processo. 

Il resto, dall’inizio del Maxi al 1992, è storia. Ma l’eredità più preziosa del signor Giovanni, che oggi lavora al museo istituito nel bunkerino, sono i ricordi privati di tanti anni a fianco di Falcone e Borsellino. “Chiudendo quella porta blindata ci isolavamo dal resto del mondo – ci racconta ancora Paparcuri – dai pericoli della mafia e dalle invidie e dalle gelosie dei colleghi. Era un rifugio da tutto, un guscio. Falcone e Borsellino hanno sacrificato la loro vita, ma lì dentro abbiamo vissuto anche momenti di gioia. Si sorrideva, si raccontavano barzellette, si prendeva una quantità di caffè. A volte si prendeva la pizza tutti insieme, spesso il dottor Falcone restava a mangiare da solo e io gli facevo compagnia”.

Momenti intimi, quelli vissuti dal signor Giovanni. Il caffè, la bottiglia del whisky di Falcone, la papera che Borsellino gli nascondeva facendogli trovare un biglietto come un una caccia al tesoro. “A volte il dottore accostava la porta, era un essere umano come tutti gli altri e aveva bisogno di chiudere gli occhi. Un pomeriggio non mi chiamò, mi permisi di bussare e lo trovai disfatto, spettinato e con gli occhi iniettati di sangue dalla stanchezza. Gli chiesi scusa, ma lui mi ringraziò di averlo svegliato e andammo a prendere il caffè“.

Al quale seguivano infinite sigarette. “Borsellino con la sigaretta che spegneva ne accendeva un’altra. Falcone per un periodò fumò i sigari e poi tornò alle sigarette. Quegli ambienti erano sempre pieni di fumo, di profumo di sigaretta e di sigaro, dico io. Quando vanno via i visitatori accendo il sigaro che fumo da trentacinque anni e ridò a quelle stanze il profumo che avevano a quei tempi”.

Un’eredità enorme, quella che il signor Giovanni cerca di portare avanti giorno dopo giorno. “Serve o non serve? Non lo so. Una frase del dottor Falcone è passata alla storia: la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. Ma Falcone non era uno sprovveduto e la frase continuava: spero solo che la fine non coincida con la fine dell’uomo”. 

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