Concorsi truccati, nelle carte la faida tra i baroni

“Bottino”, “ricatto”, “merce di scambio”. Era questo il linguaggio utilizzato dai professori indagati nell’inchiesta della Procura di Firenze per aver condizionato l’abilitazione all’insegnamento

Concorsi

“Bottino”, “ricatto”, “merce di scambio”. Non è una puntata di Narcos ma il linguaggio utilizzato dai “baroni” indagati nell’inchiesta “Chiamata alle armi” della Procura della Repubblica di Firenze, che da lunedì fa tremare i palazzi universitari di tutta Italia. Sette i professori ai domiciliari, ventinove gli interdetti, quarantacinque gli indagati: un terremoto senza precedenti nella storia degli Atenei italiani, le cui scosse sono state avvertite da nord a sud.

Ad essere scoperchiato il sistema di corruzione dei concorsi per l’Abilitazione Scientifica Nazionale all’insegnamento del Diritto tributario. Concorsi nei quali il merito e la preparazione dei candidati c’entravano poco o nulla. A decidere tutto, secondo un professore intercettato, era proprio la “chiamata alle armi” con la quale i docenti cercavano di influenzare le selezioni. Un gioco di potere che getta un’ombra inquietante sull’Università italiana.

Tanto più inquietante considerando il linguaggio e le azioni dei professori, documentati nelle 167 pagine dell’Ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Angelo Antonio Pezzuti. A partire dai Commissari indicati dal Ministero dell’Istruzione, chiamati a rispondere alle istanze dei propri “amici” nelle varie Università italiane.

Per la tornata 2013 si tratta dei professori Giuseppe Maria Cipolla (Università degli Studi di Cassino), Giuseppe Zizzo (Università “Carlo Cattaneo”), Fabrizio Amatucci (Seconda Università degli Studi di Napoli), Adriano Di Pietro (Università di Bologna), Carlos Maria Lopez Espadafor (University of Jaém, Spagna).

La Commissione dei concorsi è “lottizzata” tra gli aderenti alle associazioni di tributaristi A.I.P.D.T. e S.S.D.T. Zizzo e Amatucci sono organici alla prima associazione, mentre Cipolla e Di Pietro fanno parte della seconda. Tolto lo spagnolo Espadafor, i due fronti si trovano a contrattare da una situazione di sostanziale parità. Una condizione indispensabile “… per mantenere quell’equilibrio che è la condizione indispensabile per portare avanti un concorso”.

“LO DEVO RICATTARE” – La parità, però, significa anche che in caso di muro contro muro possa determinarsi una posizione di stallo. I Commissari studiano perciò i reciproci punti deboli, per poterle sfruttare nelle trattative. In particolare Adriano Di Pietro, parlando con il professore Andrea Colli Vignarelli dell’Università di Messina – uomo del gruppo dell’anziano Andrea Parlato, benemerito a Palermo – racconta di una “debolezza” dell’avversario Fabrizio Amatucci.

Secondo quanto riferito da Di Pietro – e come confermato dalle indagini degli inquirenti – Amatucci “lavora a tempo pieno nello studio del padre” ed una delle candidate alla selezione “lavora sempre lì nel suo studio”. Insomma il docente napoletano potrebbe essere incompatibile con le cariche accademiche. Di Pietro sottolinea parlando a Colli Vignarelli che “nel caso” potrebbe far valere tali circostanze sul rivale.

Che Di Pietro stia pensando ad un ricatto diventa palese  il 26 marzo 2015, quando chiede al telefono conferma delle indiscrezioni su Amatucci: “Fa parte del, il ricatto che devo fargli… perché lui, insomma, vuole a tutti i costi Selicato e Tundo, per cui…”. Sul primo nome Di Pietro potrebbe anche mediare, ma sul secondo è assolutamente contrario per ragioni personali (Tundo rischia un giorno di contendergli il “feudo di Bologna” e va perciò ostacolato). Da qui la necessità di ricattare Amatucci, affinché venga a più miti consigli su questi nomi.

Il professore passa dalle parole ai fatti, dettando ad uno dei suoi candidati, il messinese Giangiacomo D’Angelo, una lettera su Amatucci che il suo complice, in forma anonima, avrebbe dovuto far spedire dalla sorella da Napoli allo stesso Di Pietro, presidente della Commissione. L’anonimo, annotano gli inquirenti, denunciava come Fabrizio Amatucci esercitasse l’attività di avvocato nello studio del padre Andrea, contravvenendo così al divieto accademico di svolgere attività professionale. “Facciamo quest’attacco e poi vediamo!”, dice Di Pietro a D’Angelo. La lettera viene spedita.

MISSIONE COMPIUTA – Di Pietro la aprirà di fronte ai membri della Commissione durante la riunione del 1° aprile. Il contenuto della missiva mette in allarme Amatucci. Il professore smentisce la propria incompatibilità, minimizzando anche la vicenda della candidata collaboratrice presso lo studio del padre: “Non ha le mediane, non è giudicata, quindi il problema non sussiste, quindi di cosa stiamo parlando? Se ci fosse stata un’incompatibilità l’avrei dichiarata io”. Di Pietro infierisce: “Per fortuna che l’han mandata a me…”, dice paventando che diversamente la cosa avrebbe potuto avere conseguenze. Amatucci è in chiara difficoltà.

Il giorno successivo alla riunione Di Pietro commenta la buona riuscita del ricatto con D’Angelo: “Come ha reagito, professore, quando ha mostrato la lettera?”, chiede quest’ultimo. “E’ servito, è servito – risponde soddisfatto Di Pietro, lasciando intendere come il raggiro abbia giovato ad indebolire la posizione di Amatucci. I concorsi per l’Abilitazione Scientifica Nazionale all’insegnamento del Diritto tributario, per quanto lasci increduli il racconto delle carte, venivano svolti così.

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