L’ex militare dei ROS: “Così catturammo Totò Riina”

Giuseppe Spadafora, classe 1966, membro del ROS per oltre vent’anni, oggi esperto internazionale di security management, racconta a Tribù le indagini che portarono all’arresto 

15 gennaio 1993. Ore 8.52 del mattino. L’autista Salvatore Biondino entra in un complesso di villette in via Bernini 54, a Palermo. Non sa di essere osservato dai Carabinieri del ROS, che da mesi lavorano per scovare il suo Capo. Alle 8.55 Biondino esce dal complesso. Seduto in macchina, dal lato del passeggero, c’è Totò Riina. Il pentito Balduccio Di Maggio lo riconosce. Via libera. La comunicazione viene girata via radio al capitano Ultimo. Alle 9.00 la macchina viene fermata su viale Regione Siciliana, a circa ottocento metri dal covo. Il Capo dei capi di Cosa nostra è stato preso. Ha sessantadue anni. Resterà in carcere fino alla morte, avvenuta giovedì all’età di ottantasette anni.

L’arresto del gennaio ’93 fu reso possibile dal lavoro di una macchina investigativa che coinvolse magistrati e militari di tutta Italia. Tra questi Giuseppe Spadafora – acese, classe 1966, militare del ROS per oltre vent’anni, oggi esperto internazionale di security management e consulente di diverse agenzie in Italia e all’estero – che collaborò attivamente alle indagini che portarono all’arresto di Riina. “Non c’è stato un input particolare, dopo la morte di Falcone e Borsellino tutte le Istituzioni italiane si sono mobilitate collettivamente – racconta Spadafora ai microfoni di Tribù – In particolare fu l’allora capitano Ultimo, oggi colonnello Sergio De Caprio, a decidere di occuparsi del caso. Erano anni particolari, subito dopo il periodo terrorista e stragista. Ricordo come se fosse oggi l’omicidio di Wilma Monaco”.

A “scendere” a Palermo per occuparsi delle indagini è proprio la Crimor, l’Unità militare combattente del ROS diretta da Di Caprio. “Avevamo una concezione dell’indagine derivante dall’Antiterrorismo di Carlo Alberto Dalla Chiesa – ricorda Spadafora – I militari del ROS operavano all’unisono, indipendentemente da dove fossero piazzati. Ad esempio io in quegli anni non stavo a Palermo, ero di stanza a Reggio Calabria, con un giovane Procuratore appena arrivato da Locri, Nicola Gratteri. Ma quando fummo sollecitati ad intervenire per l’indagine che poi portò all’arresto di Riina tutta Italia si mobilitò. Tutti diedero una mano”.

Un impegno che non riguardò soltanto i militari, ricorda l’ex militare: “In quegli anni il Procuratore Gian Carlo Caselli invitò tutti i magistrati di una certa esperienza a scendere a Palermo per aiutarlo. Accanto a loro, sul campo, agivamo noi del ROS. Chi si occupava di criminalità organizzata, da Palermo a Roma, da Catania a Milano, sapeva perfettamente a chi fare riferimento per la catena di comando. Era un reparto dove non esisteva di fatto rapporto tra superiore e inferiore. Ci sentivamo una famiglia, rischiavamo la vita in modo trasversale ad ogni livello, dal primo degli Ufficiali all’ultimo dei Carabinieri. Un rapporto diverso dall’ambito militare conosciuto ai più”.

Anche questo “clima”, secondo Spadafora, mise il ROS nelle condizioni di catturare il Capo dei Capi di Cosa nostra, “preso in soli sette mesi dall’impegno del Crimor nelle indagini”, ricorda orgogliosamente l’ex militare. Che a Tribù racconta anche un aspetto più intimo di una vicenda entrata a far parte della Storia del nostro Paese. Ovvero il rapporto tra gli ufficiali e le famiglie. “I nostri cari vivevano tutto ciò in maniera molto ovattata – dice Spadafora – Noi avevamo un vincolo di segretezza assoluto, a casa giungeva un minima parte delle pressioni che subivamo nell’ambito lavorativo”.

Ma ciò non impediva alle famiglie di “sentire” ciò che il marito, il fratello, il figlio militare stessero passando: “Loro percepivano le difficoltà e soffrivano insieme a noi – dice l’ex ufficiale – Soprattutto vivevano nel terrore di ricevere la telefonata da parte del Comando locale che annunciava la morte del congiunto. Questo fa parte della vita militare”. Insieme ad un regime giornaliero durissimo, reso accettabile soltanto da una vera e propria vocazione: “Noi eravamo dei combattenti, avevano un nemico e dovevamo cercarlo, trovarlo e combatterlo. Una giornata di lavoro durava 48 ore, a volte senza dormire o mangiare. Oggi sarebbe impossibile. Ma all’epoca eravamo giovani e lo facevamo con passione e determinazione”.

Sulle polemiche che negli ultimi giorni hanno accompagnato la morte di Riina, tra quanti hanno gioito per la morte e quanti invece lo hanno pianto, l’ex ufficiale del ROS invita a riconsiderare tutto attraverso gli occhi della giustizia. “Davanti alla morte fisica c’è sempre un attimo di riflessione – spiega – Vale per tutti, non solo per Riina. Parliamo di una persona che ha commesso delle nefandezza che credo abbia avuto pochi uguali nella Storia presente e passata del mondo. Ma nemmeno questo, per degli uomini delle Istituzioni – quali siamo stati e sempre resteremo noi del ROS – può portare a sentimenti di vendetta. Nel nostro orizzonte deve esistere soltanto l’ideale della Giustizia. Anche quando diventa difficile crederci”. 

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