La gestazione è finita, adesso iniziamo a correre. Con i lettori

Una comunità attiva che condivide, commenta, segnala problemi, si incazza: ecco chi siamo (e dove andiamo)

Tribù

Su Facebook siamo 3000 e passa. Avevamo festeggiato i 2000 “mi piace” lo scorso 21 aprile: conti alla mano marciamo al ritmo di +300 al mese. E sono tutti “mi piace” reali, non comprati, di persone che hanno letto, apprezzato il nostro modo di fare informazione, condiviso il taglio che abbiamo inteso dare alle notizie. E così sono andate in alto sulla pagina, hanno premuto sul pollicione e sono entrate a far parte della Tribù.

Una comunità attiva che condivide, commenta, segnala problemi, si incazza (a volte anche con noi: pazienza, capita). I giornaloni con decine di migliaia di “mi piace” comprati e nessuna interazione non sanno cosa si perdono: qui c’è da avere a che fare con il lettore, con la sua necessità di avere notizie e di averle in un certo modo. Il modo più faticoso e con il maggiore coefficiente possibile di errore. Ma anche l’unico davvero stimolante, per chi scrive e per chi leggerà.

Dice: ma sono solo “mi piace”, non montatevi la testa. Certo, ma il “mi piace” è un indicatore fondamentale della società in cui viviamo e se sopravvalutarlo sarebbe sciocco sottovalutarlo sarebbe miope. È soltanto il segno più evidente, accanto ad altri più importanti e profondi, del fatto che ci stiamo ritagliando uno spazio in un territorio del quale tutto può dirsi, tranne che manchino realtà giornalistiche e d’informazione. Molte di pregio, dalle quali abbiamo tutto da imparare. Altre risibili sin dal concetto, e come tali considerate dal pubblico che di fatto per esse non esiste. Non che il pubblico sia tutto, ovvio. Nessuno ambisce a diventare un supermarket dell’informazione, per dirla con Arbasino. Ma se il pubblico non c’è proprio, per chi ha il compito di veicolare notizie, è indice che un problema esiste.

“Picchì, vuautri cu siti?”, interverrà a questo punto qualcuno ansioso di farsi riconoscere. Quanto allo scrivente, l’ho ammesso più volte: sono l’ultimo degli aspiranti giornalisti del mondo, quello con meno mezzi a disposizione e con più evidenti limiti. E con altrettanta, ingiustificata fortuna (pensano gli altri: ma io so esattamente Chi veglia sui miei passi e Chi mi guida); Tribù, beh, lo si è detto: è una comunità che su Facebook raggiunge centinaia di migliaia di persone, sul sito ne ospita ogni giorno altre migliaia e ambisce ad andare avanti su questa strada con l’orgoglio di averla cominciata da zero.

E abbiamo nove mesi di vita, mica tanto. Abbiamo appena finito la gestazione. Tra poco cresceremo, metteremo i dentini, impareremo a camminare e a correre. Stancandoci, a volte boccheggiando, che la notizia non regala niente a nessuno. Ma consapevoli di farlo per i lettori, insieme a loro. Come una Tribù.

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