Daniela, mamma “sospesa” tra sentenze e ricorsi

Quella che vogliamo raccontarvi è la storia di una donna, dei suoi errori e della sua richiesta di redenzione

daniela

CATANIA – Quella che vogliamo raccontare oggi non è una vicenda giudiziaria, né è nostra intenzione dare una lezione di morale.

La storia di Daniela e di suo figlio Alessio viaggia ancora nelle aule di tribunale, ma quella che vogliamo raccontarvi è la storia di una donna, una madre, dei suoi errori e della sua richiesta di redenzione.
Vogliamo accendere un riflettore, una spia nel pensiero, un varco nel dialogo.

Daniela è rumena, da tanti anni in Italia. Ha lavorato nei campi, ha fatto la badante. Adesso lavora nelle fiere con il marito, un italiano dagli occhi dolci che l’ha aiutata ad uscire dal suo tunnel.

Daniela beveva ed è per questo che gli assistenti sociali le hanno tolto Alessio.
Conviveva con un suo connazionale: ce lo descrive come un uomo “violento, alcolizzato e senza voglia di lavorare”.

“Abitavamo in una casa piccola, non avevamo un soldo e davvero non avevamo nulla da mangiare quando è nato Alessio”. Ci racconta. Una sera Daniela crolla, beve tanto da sentirsi male: Alessio ha appena quattro mesi.

I vicini di casa allertano gli assistenti sociali e il bambino viene portato via. Non lo rivedrà mai più.

Sono passati quattro anni, Daniela si è disintossicata: non beve più, si è sposata e vive dignitosamente. “Non abitiamo nel lusso – ci racconta – ma potrei benissimo occuparmi di mio figlio”.

Dalla sua anche la sentenza della Corte d’Appello di Catania.

“Nell’interesse del figlio – scrive la Corte – si è sottoposta volontariamente ad un percorso terapeutico ed appare avere recuperato discreta capacità genitoriale”.

Secondo i giudici non è più necessario che Alessio prosegua il percorso di adottabilità, perché grazie ad un percorso di recupero del rapporto madre e figlio potrebbero addirittura tornare insieme.

Ma nonostante la sentenza del 9 dicembre 2015 a Daniela non è stato ancora concesso di vedere suo figlio, del quale la donna non conosce neanche l’attuale collocazione. “Non so neanche se è in Sicilia” ci racconta ancora.

“Sentenza alla mano mi sono rivolta ai servizi sociali” prosegue. Gli assistenti sociali chiedono inspiegabilmente parere al Tribunale dei Minori e il giudice di primo grado – formalmente estraneo alla vicenda perché superato dalla sentenza d’Appello – vieta all’assistente sociale di procedere con l’attuazione della sentenza.

“La sentenza della Corte d’Appello  di Catania – scrive il giudice – non è irrevocabile in quanto è stato interposto dal Tutore del minore ricorso in cassazione. Nessuna informazione deve conseguentemente al momento essere data in ordine al minore e alla sua attuale collocazione”.

La teoria del tutore legale di Alessio è che Daniela possa da un momento all’atro riprendere a bere. “È come dire che se uno ha avuto un incidente non può più guidare la macchina perché potrebbe avere un altro” ci dice Daniela.

Secondo quanto le è stato raccontato dall’assistente sociale il bambino è in affido pre adottivo presso una famiglia benestante: “Mi hanno detto che è meglio che stia lì perché hanno tanti soldi e non gli fanno mancare nulla”.

Ma davvero l’amore di una madre può misurarsi nella sola capacità economica?
Quanto è lecito strappare per sempre un figlio a una donna dal passato difficile?
Quanto “Giustizia” fa rima con “Misericordia”? E quanto invece può imbrogliarsi nelle carte della burocrazia?

 

 

 

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