Delitto al cimitero di Catania, trent’anni al figlio della vittima. Tutti i dubbi della difesa

Era il 7 gennaio 2014 quando Maria Concetta Velardi, cinquantanove anni, veniva uccisa a pietrate al Cimitero di Catania, mentre accudiva alla Cappella di famiglia

È uno dei delitti più efferati che siano avvenuti a Catania negli ultimi anni. 

Era il 7 gennaio 2014 quando Maria Concetta Velardi, cinquantanove anni, veniva uccisa a pietrate al Cimitero di Catania, mentre accudiva alla Cappella di famiglia. Del macabro delitto, sin dal primo momento, era stato accusato il figlio Fabio Angelo Matà, sottufficiale della Marina Militare, che secondo gli inquirenti avrebbe ucciso la madre in preda ad un raptus. Nei giorni scorsi il Gup del Tribunale di Catania Anna Maria Cristaldi ha condannato l’uomo a trent’anni accogliendo la richiesta dell’accusa condotta dal Pm Giuseppe Sturiale e coordinata dal Procuratore Aggiunto Ignazio Fonzo. 

Un verdetto pesante per il figlio della vittima, che si è sempre proclamato innocente. In attesa delle motivazioni della sentenza, abbiamo chiesto alla difesa di Matà, rappresentata dall’avvocato Maurizio Magnano di San Lio, quali siano i “buchi” riscontrati nell’accusa. 

“La Difesa del signor Angelo Fabio Matà ha sempre rilevato delle processuali perplessità su tutta la ricostruzione che viene effettuata nell’ambito di un quadro esclusivamente indiziario – dice l’avvocato – Gli elementi che vengono particolarmente attenzionati dalla Pubblica Accusa appaiono essere il movente, innanzitutto, che si riscontra in un rapporto tra madre e figlio forte in quanto caratterizzato dalla morte degli altri due membri del nucleo familiare originario, ossia il marito della Velardi e l’altro figlio. Movente, quindi, basato sul fatto che il Matà Angelo Fabio avrebbe avuto difficoltà, e da qui la discussione nata il 7 gennaio 2014, a comunicare alla madre la decisione di andare a convivere con la fidanzata”.

“Trova questo momento, la critica che il Matà, a ragione del suo lavoro, già negli anni precedenti, non viveva in casa con la madre – prosegue il difensore – bensì in Puglia con il proprio nucleo familiare costituito a seguito di precedente matrimonio dall’esito non fortunato. Da qui la perplessità che il Matà non avrebbe avuto difficoltà alcuna a lasciare la propria casa e la Velardi non avrebbe potuto fare altro che accettare: sul punto non si può avere nè conferma nè smentita”.

Ma anche altri punti dell’impianto accusatorio sono contestati dalla difesa: “Le ulteriori perplessità scaturiscono dalla ricostruzione che viene effettuata con riferimento agli argomenti quali riscontri ematici e i riferimenti orari – dice ancora Magnano – Relativamente al primo momento, è evidente che la perplessità nasce dalla circostanza che se veramente il Matà fosse stato soggetto attivo nel crudele assassinio della madre, le tracce di sangue sarebbero state evidenti sui capi di abbigliamento del Matà stesso: di tutto questo niente. Anche con riferimento alla ricostruzione oraria basata sulla collocazione temporale del decesso effettuata dal Consulente medico legale del Pubblico Ministero, dalle posizioni testimoniali di alcuni soggetti che quel pomeriggio si trovavano all’interno del Cimitero di Catania, infine sui richiami tecnici dell’allacciamento dei ponti relativamente all’utenza cellulare del Matà, emerge il dato che l’arco temporale fin troppo breve non fornisce, anche in questo caso, quei riscontri che una sentenza di condanna sì grave, richiederebbero”.

“Le perplessità, i dubbi, gli argomenti sono tanti – conclude l’avvocato – e tutti di rilievo se si pensa alle ripercussioni che una simile statuizione può avere sulla vita del Matà e del suo nucleo familiare. Naturalmente va il dovuto rispetto alla proposta accusatoria del Pubblico Ministero e, allo stato, accettata dal Giudicante in sede di giudizio abbreviato, così come vanno rispettate le sentenze, ma con grande curiosità professionale la Difesa attende di leggerne le motivazioni che il Giudice si è riservato, sì da comprendere quale tipo di risposte vengono date alle argomentazioni difensive e, quindi, poi, nei previsti termini, andrà proposto appello. Ogni più puntuale valutazione, quindi, potrà essere fatta soltanto al momento del deposito della parte motiva della sentenza”. 

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