Il caso Dell’Utri e il dramma della malattia in carcere

L’ex senatore e co-fondatore di Forza Italia ha annunciato la sospensione delle tre per protesta contro la decisione dei giudici DA BERSANI A CUFFARO, CHI CHIEDE LA SCARCERAZIONE

ROMA – Il grido di dolore si era levato ieri sulle colonne de Il Tempo: “Giudici, liberate il mio Marcello!”, urlava mattina la signora Miranda Ratti Dell’Utri in una lunga lettera pubblicata dal quotidiano romano. Sullo sfondo la decisione del giudice del Tribunale di Sorveglianza, che ieri pomeriggio ha respinto la richiesta di sospensione della pena per il marito. L’ex senatore di Forza Italia resterà in cella malgrado la cardiopatia, il diabete e un tumore alla prostata che ne dilania gli ultimi anni.

Mali compatibili con il regime carcerario, sostengono i periti nominati dal Tribunale nella loro relazione. Di diverso avviso i consulenti della Procura, che avevano giudicato le condizioni di salute di Dell’Utri incompatibili indicando anche alcune strutture ove il co-fondatore di Forza Italia avrebbe potuto curarsi. Il pg, tuttavia, ha ritenuto di fidarsi dei consulenti del Tribunale e non di quella della Procura. Ovvero dei suoi, denuncia chi avrebbe sperato in un trattamento più umano. A partire dalla moglie, nel grido inascoltato di ieri. 

“A distanza di pochi giorni i periti sono stati smentiti da chi ha affidato loro l’incarico – scrive la signora Ratti Dell’Utri – E’ normale? Quante volte si è verificato un caso analogo nell’ambito della giustizia italiana? Chi decide dello stato di salute di una persona? I medici o i magistrati? Chi si assume la responsabilità delle conseguenze?”. 

E’ la signora stessa a rispondersi, in un altro passaggio della missiva: “Non cercate troppe risposte, l’unica è questa: nessuno. Ognuno ha fatto quel che doveva seguendo i regolamenti. Ma allora quali sono i diritti dei detenuti? Possono essere curati oppure no? In un Paese come il nostro, dove il “buonismo” sembra permeare ogni cosa, ci sono evidentemente delle crudeltà nei confronti di certe persone. La responsabilità in Italia sembra una nuvola di fumo: basta soffiarci sopra ed essa scompare – conclude – Questo capita ancora oggi, e le conseguenze possonbo colpire tutti i cittadini. Possiamo definirci un Paese democratico?”. 

In serata la decisione del Pg ha innescato un forte dibattito, tra quanti denunciano l’accanimento nei confronti di un detenuto gravemente malato e quanti richiamano il rispetto delle regole anche alla luce della grave imputazione del co-fondatore di Forza Italia. Tra questi Pippo Giordano, ex ispettore della DIA che nelle scorse ore ha pubblicato una “risposta” alla signora Dell’Utri.

“Gentilissima signora, ritengo il suo appello legittimo. Ma da me non condivisibile – esordisce Giordano – Ho perso lo spirito umanitario allorquando vidi steso su una lastra di marmo dell’obitorio di Palermo un giovane di 27 anni, Lillo Zucchetto, agente di Polizia e di cui ero il suo capo pattuglia. Poi, questa mia avversità dello spirito si è pian piano ingigantita, allorché furono assassinati Montana, Cassarà, Antiochia e Mondo, tutti della mia Sezione diretta da Cassarà”

“Suo marito – continua l’ex poliziotto – proprio nell’arco temporale antecedente e prossimo alla morte dei miei colleghi, carabinieri, oltre a magistrati, fornì un valido sostegno vantaggioso per la conservazione e il rafforzamento a Cosa nostra. Non sono d’accordo sull’espressione che il reato commesso da suo marito lo si debba intendere come ‘grave’. Suo marito, non essendo un ‘peri incritati’, ma, invero, persona colta, facente parte dell’entourage del mondo imprenditoriale, sapeva anche se sprovvisto dell’affectio societatis, qual era il fattivo contributo che forniva a Cosa nostra”.

“Suo marito è malato? Mi spiace, e penso che possa essere ben curato in carcere – conclude Giordano – Avrei voluto sentire dalla viva voce di suo marito almeno una “severa” condanna nei confronti di Cosa nostra o un ravvedimento operoso. Giova ricordare che Cosa nostra ha seminato tantissimi lutti. Non una parola verso i familiari delle vittime della violenza mafiosa: forse l’avrà detta e mi sarà sfuggito, se è così chiedo scusa. Infine, le rappresento che le ultime mie lacrime le ho versate in via d’Amelio, quindi non ho più sentimenti di umanità e nemmeno più lacrime da versare”.

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