Di Matteo e il sogno grillino: verso il Governo dei magistrati

Il Sostituto Procuratore di Palermo potrebbe provarci. Entusiasmo del Movimento Cinque Stelle

Di matteo

PALERMO – “Se diciamo che la politica si deve riappropriare delle proprie prerogative e avere come primo baluardo la lotta contro la mafia e contro la corruzione, contro ogni sistema criminale, non possiamo non pensare che, in certi casi, l’impegno politico non possa rappresentare per un magistrato, in certi settori e a certe condizioniuna linea ideale di prosecuzione del suo impegno in toga”.

Era il 31 maggio scorso e alla Camera dei Deputati era in corso il convegno «Questioni e visioni di giustizia – Prospettive di Riforma» organizzato dal gruppo del Movimento cinque stelle. A pronunciare quelle parole è il sostituto procuratore di Palermo Nino Di Matteo.

Dichiarazioni che lasciano pochi dubbi e oggi, alla luce di quelle dichiarazioni ma non solo, possiamo affermare che sussistono delle reali possibilità che il pm Nino Di Matteo decida di impegnarsi in politica come Ministro di un eventuale governo pentastellato. A Roma i grillini esultano, ma in silenzio, per evitare che il clamore mediatico scoraggi eventuali passi in avanti.

Sarebbe forse questa l’unica maniera che gli è rimasta per portare a termine il lavoro che voleva fare, dice qualcuno.

La conclusione del processo trattativa Stato-mafia sarebbe il termine che lo stesso pm si sarebbe dato prima di impegnarsi direttamente in politica.

Interrompere una carriera. Dopo tutte le difficoltà avute in Sicilia, in un contesto di isolamento più o meno costante, il lungo tira e molla prima di essere applicato alla Dna, è probabile che Di Matteo si senta accerchiato.

Lui stesso ha fatto più volte riferimento al lavoro di alcuni magistrati, sempre più isolati, con pochissime risorse, ostacolati e addirittura derisi.

Lui, spesso è stato considerato l’archeologo della magistratura per voler fare luce sull’uccisione di due magistrati su cui ancora non sappiamo quasi nulla, soprattutto per quanto riguarda Paolo Borsellino. La vittoria del depistaggio, la vittoria dell’anti-Stato è che dopo 25 anni non esiste ancora nessuna verità se non parziale. E nei corridoi dei palazzi di giustizia spesso si sono sentiti mugugni e critiche mosse al magistrato ostinato nel cercare la verità vera, mentre qualcuno, forse, si sarebbe accontentato di una verità qualunque.

La svolta. Dopo il suo intervento al convegno, improvvisamente il limite dei 6 mesi interposto prima del suo insediamento alla Dna, cade. Ma la buonafede non può che far pensare che si sia trattato di una coincidenza.

A certe condizioni. Posto che lotta alla mafia, alla corruzione, all’illegalità diffusa – anche tra i colletti bianchi – dovrebbe essere il primo obiettivo di ogni governo, è chiaro che se Di Matteo accetterà di mettersi in gioco, renderà questi obiettivi pilastri sui quali costruire tutto il resto.

Da non sottovalutare il fatto che da ministro degli Interni, potrebbe mettere la firma sulla cattura del latitante numero uno di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro. Una medaglia al merito.

Il doppio sogno grillino. Il Movimento cinque stelle dopo l’apertura di Di Matteo sogna già in grande e lo fa pensando a un doppio colpo che prevederebbe un altro magistrato di calibro nazionale all’interno della compagine di governo. Si tratta di Nicola Gratteri, l’attuale Procuratore di Catanzaro, che avrebbe la delega di ministro della Giustizia. Quest’ultimo, ricordiamo, era già in nomination per lo stesso dicastero nel 2014 sotto il governo Renzi, ma fu poi messo alla porta, come dichiarò lo stesso Gratteri, per volontà dell’ex capo dello Stato Napolitano.

Il governo dei magistrati. Forse sarebbe una delle critiche che potrebbe muovere la politica “tradizionale”, ma certamente darebbe il segnale che la lotta alla mafia è (finalmente) prioritaria.

Guerra tra politica e magistratura. Per lo stesso Di Matteo si tratta di una rappresentazione falsata della realtà, piuttosto si è verificata un’azione costante e unilaterale, sistematicamente ben organizzata di un’ampia parte della politica, trasversale ai vari schieramenti, contro quella parte – in molti momenti minoritaria – della magistratura che ancora si ostina a voler esercitare il controllo di legalità anche nei confronti del potere, contro quei magistrati che non si conformano ai desiderata dei governanti di turno.

Toga e governo. Comunque vada, è lo stesso pm a indicare quella che a suo modo di vedere, sarebbe la logica conseguenza di un suo impegno in politica: “L’eventuale impegno politico di un pm non mi scandalizza, ma penso che una scelta di questo tipo debba essere fatta in maniera definitiva e irreversibile, ovvero è incompatibile con la pretesa poi di tornare a fare il giudice, proprio perchè a quel punto magari quel magistrato sarebbe più imparziale di tanti altri, ma non sarebbe più visto come tale dai cittadini”.

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