Dissequestro Tecnis, le società tornano in mano a Costanzo e Bosco

A deciderlo i giudici Rosanna Castagnola, Carlo Cannella e Nicola Lamentai che hanno accolto la richiesta della Procura

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CATANIA – La Tecnis Spa e tutte le società riconducibili al suo gruppo tornano in mano ai legittimi proprietari Mimmo Costanzo e Concetto Bosco Lo Giudice. A deciderlo i giudici Rosanna Castagnola, Carlo Cannella e Nicola Lamentai che hanno accolto la richiesta dei Pubblici Ministeri Antonino Fanara e Agata Santonocito.

“Quel che è certo – si legge nel decreto del Tribunale di Catania – è che la gestione del colosso aziendale, con l’intervento dello Stato, ha consentito senz’altro di eliminare quelle impurità e i contatti con la criminalità organizzata che sussistevano di sicuro fino all’operazione Iblis”.

Le aziende furono poste sotto sequestro lo scorso febbraio in seguito a un’indagine dei carabinieri del Ros. Il sospetto era che le società non riuscissero a resistere a eventuali condizionamenti di Cosa Nostra. Risale infatti al novembre 2015 l’interdittiva antimafia con cui la Prefettura di Catania riscontrò “un concreto pericolo di infiltrazione mafiosa in grado di condizionare le scelte e gli indirizzi dell’impresa”. Timori condivisi dalla Procura che avanzò la proposta di sequestro per tutte le quote sociali.

“Appare evidente – scrivono oggi i giudici – come il commissariamento prefettizio prima e soprattutto il maggiormente invasivo intervento dell’Autorità Giudiziaria abbia completato un percorso già intrapreso di ritorno alla legalità o quantomeno di allontanamento dell’azienda dagli ambienti della criminalità organizzata”.

Con queste motivazioni, il Collegio ha disposto il dissequestro delle quote azionarie di Tecnis, Artemis e Cogip Holding e la revoca dell’Amministrazione Giudiziaria per le 24 società riconducibili al gruppo di cui è capofila Tecnis. Resta l’obbligo per gli imprenditori Costanzo e Bosco di comunicare alla Questura e alla Polizia Tributaria, per i prossimi 3 anni, tutte le operazioni superiori al valore di 250mila euro.

Se da una parte, il procedimento camerale ha consentito di chiarire alcuni filoni confermando le tesi della difesa, dall’altra, “permangono le ombre e condotte opache degli azionisti di riferimento delle società”. Ad essere “pericolosi”, secondo i PM, non sarebbero stati gli imprenditori stessi ma le società perché “particolarmente appetibili alla mafia”. 

Per la Procura, quindi, un anno di Amministrazione Giudiziaria ha “legalizzato le società”. Una tesi confermata oggi dai giudici della Sezione Misure di Prevenzione. Secondo i magistrati, infatti, “non è emersa una chiara ricostruzione dei fatti indicativa di un’attività diretta ad agevolare l’organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra ad opera degli azionisti”.

Per i difensori Attilio Foresta, Enzo Mellia, Carmelo Peluso, Antonio Fiumefreddo e Giuseppe Lo Faro i due imprenditori sarebbero addirittura “vittime dell’interesse mafioso”. Il riferimento è all‘estorsione attuata dal gruppo di Picanello del clan Santapaola. Secondo quanto affermato oggi dai giudici, non è certo che questa “si sia modificata secondo il classico schema del concorso esterno in associazione mafiosa coll’imprenditore che da vittima si trasforma in alleato”.

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