Enzo e Matteo, c’eravamo tanto amati. Ma adesso il segretario molla il sindaco

In Assemblea PD l’ex premier accusa il “notabilato” di aver contribuito alla sconfitta referendaria

Matteo Renzi molla Enzo Bianco. Sarà una sintesi giornalistica estrema, ma è difficile leggere diversamente il passaggio che l’ex premier ha dedicato al Sud – e Sud significa Sicilia, si sa, specie in questa occasione – nel corso del suo intervento di ieri all’Assemblea nazionale del Partito Democratico. Si parlava naturalmente del risultato del referendum del 4 dicembre: e non sarà un mistero per nessuno come quella sfida Renzi l’abbia persa proprio qui, con percentuali bulgare espresse dai cittadini in favore del No.

Abbiamo perso al Sud – ha detto il segretario democratico – Dobbiamo avere la consapevolezza che il nostro approccio non è stato di disinteresse: abbiamo sbagliato pensando fosse sufficiente una politica di investimenti, di accordi e di Patti senza un coinvolgimento di quella parte dei cittadini che aveva bisogno di essere portata con noi in una grande sfida prima di tutto etica e non politica”. Una constatazione generica, si dirà, condita dalle solite fioriture della dialettica renziana. Ma il passaggio successivo è inequivocabile: “L’approccio che abbiamo avuto è stato un po’ troppo centrato sul notabilato, anche all’interno del partito“.

A chi si riferisca la parola “notabilato”, dopo mesi di protagonismo renziano in Sicilia e particolarmente a Catania, non sarà difficile intuire. Se da una parte è evidente il riferimento al Presidente della Regione Rosario Crocetta, che nei giorni scorsi aveva tentato di smarcarsi dal fronte del Sì restando di fatto tra i protagonisti della campagna governativa in Sicilia, e alle molte baronie agglomerate dal premier durante le sue missioni sull’isola, i lettori ricorderanno bene quante occasioni istituzionali e politiche siano state allestite a Catania per Matteo Renzi, talvolta fondendo i due aspetti come per l’incontro dell’ex Presidente del Consiglio con il locale Ordine dei Medici.

Una valanga di iniziative – tra le quali spicca ancora il ricordo della Festa Nazionale dell’Unità alla Villa Bellini, andata semideserta, e quello doveva essere già un segnale – che nei propositi della dirigenza democratica locale (e di un sindaco desideroso di tornare sulla scena) doveva preparare la vittoria al referendum e quindi il trionfo elettorale.

Come no. La bocciatura al referendum ha avuto a Catania percentuali bulgare, raggiungendo quota 75% e imponendo la città come capitale nazionale del No. E facendo toccare con mano al dinamico Renzi come l’investimento su una classe dirigente ormai del tutto svalutata – di cui Bianco è espressione perfetta, quattro mandati a sindaco non tradotti purtroppo in altrettante primavere – abbia comportato un rifiuto netto da parte dei cittadini, stanchi di quel “notabilato” che in Sicilia assume le forme trite e ritrite di una storia fatta sempre dai medesimi personaggi, sempre dalle medesime facce, in un balletto che non diverte più e non ha più nulla di artistico.

In tutto ciò Bianco annuncia di restare in campo, ed anzi di rilanciare il proprio protagonismo politico arroccandosi ai piedi dell’Etna. Lo fa nello stesso giorno in cui il segretario del suo partito gli accolla la responsabilità della sconfitta, in un’intervista a La Sicilia nella quale afferma di volersi ricandidare sindaco di Catania. “In questi mesi ho ricevuto numerosi attestati di stima e proposte di candidarmi alla Regione o di tornare a Roma – ha detto il primo cittadino mostrando il consueto tempismo –  Ma io non mi muovo di qui: voglio assolutamente completare l’opera avviata tre anni fa, ovviamente se i catanesi lo vorranno”. E se lo vorrà Matteo Renzi, che ha appena affermato di non voler più commettere gli errori del passato.

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