ESCLUSIVO. L’allarme dell’esperto: “Così i social stanno cambiando (in peggio) le nostre vite”

Intervista ad Alessandro Ionni, socio di Ars Digitalia e programmatore, nonché studioso dei pericoli che si nascondono sul web

Chi l’ha detto che il Governo non rispetta le promesse elettorali? Sin dello scorso marzo un portale online – www.redditodicittadinanza2018.it – istruisce in modo semplice e chiaro i cittadini su come richiedere il sussidio al centro della campagna elettorale del Movimento Cinque Stelle. Con tanto di form da compilare e dettaglio delle cifre spettanti: 400 euro al mese per i cittadini italiani, 435 per gli immigrati regolari e 735 per i non regolari e celiaci. Come, suona strano? A garantire l’ufficialità del sito c’è persino il logo dell’IMPS, Istituto Mondiale Previdenza Solare.

Il lettore non del tutto dissociato, a questo punto, avrò compreso che stiamo parlando di una bufala. A fini scientifici, però. A lanciare il portale online, nei mesi scorsi, è stato il team di Ars Digitalia, società di consulenza informatica con sede nel napoletano. Con un obbiettivo molto semplice: valutare fino a che punto si spinga l’analfabetismo funzionale degli utenti del web, ovvero l’incapacità di discernere una bufala anche palese dalla realtà. Nessuna sorpresa che molti abbiano abboccato alla trappola, inserendo dati personali sul sito e attendendo fiduciosi l’arrivo del reddito. Malgrado la gerenza avvertisse che “il sito è stato sviluppato a fini ludici. Si ringrazia per la fantasia la campagna elettorale 2018”.

Un tema quanto mai attuale, quello del rispetto della privacy e del rapporto con le tecnologie digitali e la realtà social. Ne parliamo con Alessandro Ionni, socio di Ars Digitalia e programmatore, nonché studioso dei pericoli che si nascondono sul web. Pericoli dai quali non tutti gli utenti mostrano di sapersi difendere.

Alessandro, lei è stato tra gli ideatori del fine portale online sul Reddito di Cittadinanza. Un esperimento che vi è costato molte critiche. 

La maggior parte erano di persone del Movimento Cinque Stelle che ci hanno accusato di essere pagati dal PD. In realtà tre ideatori su quattro hanno votato Cinque Stelle, quindi non c’entra nulla il lato politico. Semplicemente ci interessava capire come funziona il rapporto tra privacy e sicurezza, e se le persone sappiano leggere tra le righe di ciò che si trova online.

Mi sembra che la risposta sia no.

Se noi fossimo stati persone scorrette, con le informazioni inserite dalle persone sul sito avremmo potuto fare cose non tanto divertenti. Purtroppo la gente non è affatto consapevole di ciò che fa online e dei pericoli a cui si espone. Pensiamo al caso di Cambridge Analitica: Facebook non ha preso quei dati in maniera illegittima, le persone hanno inserito spontaneamente le loro informazioni personali, specialmente in siti di giochi, compilando dei form e autorizzando al trattamento dei dati.

Questa mancanza di consapevolezza riguarda anche l’informazione. Da qui le fake news.

Per quanto riguarda le fake news, è importante dire che ognuno vuole leggere ciò che vuole. Se io leggo una cosa falsa, ma che conferma una cosa che penso, la porterò avanti come vera. Non è più la notizia a validare l’opinione, ma l’opinione a validare la notizia. Un errore fatto da quasi tutti i partiti in campagna elettorale è stato demonizzare i mezzi di comunicazione ‘ufficiale’. Dimenticando che il Corriere o Repubblica possono scrivere cose faziose, ma non balle troppo grosse perché avrebbero tanto da perdere in termini economici e di credibilità. Mentre un sito qualsiasi di fake news, anche se lo denunci molto difficilmente verrà perseguito. E siccome questi guadagnano con i click, hanno il massimo del rendimento con il minimo del rischio.

Questo meccanismo è favorito dai social network?

Certamente. Sui social sono le persone a validare gli articoli con il loro giudizio. Ma l’articolo non nasce per essere giudicato, nasce per dare un’informazione e perché ciascuno la assimili, anche in modo diverso. Le fake news marciano su questo: predono l’ipotesi di qualcuno, mettono delle prove finte, rigorosamente senza citare fonti ma mettendo numeri a casaccio. E purtroppo con questo sistema è diventato possibile convincere chiunque di qualsiasi cosa.

Trump sostiene che anche i motori di ricerca manipolino i loro risultati. 

Questo non è vero. I motori di ricerca funzionano con un sistema di ranking. Se un articolo viene letto da molte persone, e se le persone ci stanno per un certo tempo, quell’articolo avrà un ranking più alto. E Google, per esempio, gli darà maggior evidenza, ma non c’è un’intelligenza umana che valuti questa cosa. Quando c’è una bufala, quindi, essa compare con grande evidenza finché qualcuno non verifica e la elimina. Non si può incolpare il motore di ricerca perché si trovano tante bufale. Paradossalmente è colpa degli stessi fruitori.

Senta, ma è plausibile che i russi abbiano influenzato sul web la campagna elettorale americana?

Se ci sono state infiltrazioni è perché semplicemente i russi hanno pagato per fare campagna elettorale. Esattamente come la Nike paga per avere la possibilità di vendere le scarpe. Facciamo un esempio: nel 2016 molte pagine hanno sponsorizzato un articolo che accusava Hillary Clinton di partecipare ad un gruppo di pedofili a New York. Secondo la fake questo gruppo avrebbe avuto sede in una certa pizzeria. E questo povero pizzaiolo si è trovato fuori dalla porta la gente con i fucili che voleva liberare i bambini prigionieri. E’ bastato pagare per far vedere a milioni di persone balle come queste, che certamente hanno contribuito a ledere i consensi della Clinton.

Ma possibile che non si riescano ad impedire simili manipolazioni?

La libertà e la sicurezza sono inversamente proporzionali. Se Facebook, per esempio, controllasse tutto, lo accuserebbero di voler limitare la libertà. Ma lasciando liberi gli utenti si ottiene il caos che è sotto gli occhi di tutti. E questa è una contraddizione che non si potrà mai risolvere.

Anche i politici oggi comunicano quasi esclusivamente tramite social.

La politica cerca di eludere i canali di informazione tradizionali perché questi in genere prevedono un contraddittorio. E il contraddittorio è pericoloso per tutti. Esprimendosi attraverso i social si ottiene un contatto diretto con il pubblico, senza mediazioni. Ma lo Stato avrebbe tutto l’interesse a limitare lo strapotere dei social, come strumenti di disinformazione e diffusori di violenza psicologica. Ma se lo facesse verrebbe accusato di totalitarismo. Forse dovrebbe essere una qualche autorità esterna ad occuparsene.

Abbiamo parlato molto di Facebook. Ma che mi dice di Instagram?

Ogni social ha controindicazioni particolari. Facebook ha l’effetto di chiuderti in una bolla. Instagram lede il processo di potere: noi facciamo le cose perché abbiamo uno scopo, facciamo uno sforzo e abbiamo una soddisfazione. Oggi la soddisfazione sono i like, a fronte di uno sforzo minimo che è quello di mettere una foto. Nella vita reale dobbiamo faticare molto di più per avere una soddisfazione minore. Molti ragazzi oggi sono in difficoltà, per esempio all’Università, perché non accettano più la possibilità di fallire. E questo può portare anche alla depressione.

E’ vero quindi che i social creano una sorta di distacco dalla realtà?

Un centro di salute mentale di Londra ha trovato che nel mondo 13 milioni di suicidi possono essere ricondotti alla presenza sui social. Per questo oggi anche i proprietari dicono di voler prendere delle contromisure. Ma è una falsità, perché va contro i loro interessi. Per contrastare il fenomeno dei cosiddetti loop, ad esempio, hanno pensato di mettere un contatore che mostri quanto tempo i passa sui social. Ma anche se tu lo vedi, che cosa cambia?

Nulla, suppongo.

Le persone stanno lì volontariamente, credendo di non avere nulla di meglio da fare. Noi facemmo un’esperimento nazionale anni fa chiedendo a 1600 persone di stare per ventiquattrore lontane da internet. L’80% ci riuscì, ma si rese conto che quello che passavano sui social non era affatto un tempo morto, come credevano, ma tempo rubato alla vita.

Ha tracciato un quadro inquietante. Quali contromisure si potrebbero prendere?

Bisognerebbe inasprire le pene per le fake news reali e dimostrabili, che non sono opinioni ma il contrario della realtà. E poi ci dovrebbe essere una formazione che parta dalla scuola, con delle ore dedicate alla capacità critica. Insegnare ai ragazzi a capire questi meccanismi, il che presumerebbe insegnanti che sappiano demistificarli e non è affatto scontato. Ma fare questo significherebbe un po’ legittimare i social come mezzi di informazione.

I social sono destinati a dominare le nostre vite in eterno?

No, infatti Facebook sta scemando. Rischia di morire come morirono Msn e MySpace. Adesso sta puntando sui visori, creando uno spazio virtuale dove tu potrai camminare e vivere una seconda vita in comunicazione con le altre persone del mondo. Second Life portata all’ennesima potenza. Intanto tiene la gente su Instagram e Whatsapp per studiare le immagini e non perdere il proprio pubblico. Tanto il proprietario è lo stesso. Una volta che la nuova tecnologia, e ci vorrà ancora qualche anno, riporterà gli utenti sulla piattaforma principale. Instagram è un campo di concentramento, potrebbe essere identificata come la sala d’attesa di un nuovo Facebook.

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