“Giano Bifronte”, in manette il Gran Maestro Labisi Mafia, massoneria e colletti bianchi nella sua rete

Clamorosa operazione della Procura di Catania e della Dia sulle indicibili connivenze ai piedi dell’Etna. Tribù torna per dare voce alla giustizia

Mafia, massoneria, poteri forti capaci di avvincere in un mortale abbraccio Catania e la Sicilia.

E’ questa la situazione che avevamo lasciato sei mesi fa, quando Tribù chiuse i battenti per una pausa di riflessione.

E’ questa la situazione che troviamo, sei mesi dopo, con l’operazione “Giano Bifronte” della Procura distrettuale di Catania guidata dal Procuratore Carmelo Zuccaro, che in collaborazione con la Dia del dottor Renato Panvino ha portato all’arresto di cinque persone. Tra cui Corrado Labisi, classe 1953, personaggio noto alle cronache cittadine, già Gran Maestro della Serenissima Loggia del Sud, già coinvolto in inchieste della Magistratura sui rapporti tra mafia e grembiulini, finito oggi in carcere per associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita di somme di denaro.

Per l’accusa è lui il “Giano Bifronte”, capace da un lato di coltivare rapporti oscuri con uomini della criminalità etnea, dall’altra di organizzare eventi in pompa magna dedicati alla memoria di giudici uccisi dalla mafia. A finire ai domiciliari anche la figlia di Labisi, Francesca, classe 1985, la moglie Maria Gallo, classe 1958, e i collaboratori Gaetano Consiglio, classe 1979, e Giuseppe Cardì, classe 1961. Per loro gli inquirenti ipotizzano il reato associativo finalizzato all’appropriazione indebita di somme di denaro.

Al centro dell’inchiesta, coordinata dal procuratore Zuccaro e dal sostituto Fabio Regolo, l’Istituto medico Psico-Pedagogico “Lucia Mangano”, di cui Labisi è già stato presidente del Consiglio di Amministrazione. Come spiegato dagli inquirenti l’istituto, in rapporto paritario con la Regione, rastrella dai 6 agli 8 milioni l’anno di fondi regionali per fornire assistenza medica, psicologica e lavorativa a soggetti economicamente deboli. Un’opera meritoria, messa a rischio proprio da Labisi, che avrebbe reso la “Lucia Mangano” un bancomat al proprio servizio, fino a creare un debito da 10 milioni di euro. Suscitando le perplessità degli stessi collaboratori arrestati.

Secondo le perizie effettuate nel corso dell’indagine, soltanto Labisi avrebbe impiegato per diversi fini la somma di 1.341.000 euro, mentre la coniuge Maria Gallo 384.000 euro. I denari sottratti da Labisi sarebbero serviti, tra le altre cose, a finanziare la presunta attività antimafia dello stesso. Ma anche a pagare fatture, spese della moglie e delle figlie, cene e soggiorni ad amici.  Per far questo, la famiglia non avrebbe esitato a sacrificare l’assistenza prestata ai pazienti della clinica: “Se fosse dipeso da loro – testimonia un dipendente – si continuerebbe a dare (ai pazienti) latte allungato con acqua, maglie di lana e scarpe invernali nel periodo estivo”. 

“Labisi era presidente dell’Associazione Saetta-Livatino, intitolata ai magistrati che tutti ricordiamo per il loro sacrificio – ha detto in conferenza stampa il Procuratore Zuccaro – Elargiva premi a varie personalità, senonché l’organizzazione avveniva con denaro sottratto alla clinica, come contestavano gli stessi dipendenti”. Ma i soldi sarebbero stati adoperati per finanziare una seconda associazione, dedicata alla madre Antonietta Labisi. Al cui funerale, secondo quanto riferiscono i magistrati, sarebbe stato presente il mafioso Giorgio Cannizzaro, noto esponente della famiglia Ercolano-Santapaola già protagonista dell’inchiesta “Fiori Bianchi”. Nella quale i pm avevano già avuto modo di definire “inquietante” la vicinanza tra Canizzaro e Labisi.

Giano Bifronte, appunto. Dall’attività antimafia ai metodi illeciti di appropriazione del denaro, fino alla vicinanza a esponenti mafiosi e altri potenti. Dei predetti rapporti è lo stesso Labisi a vantarsi. A ribadirlo è il dirigente della Dia Panvino. Quando alcuni mesi fa la Procura, nel corso delle indagini, dispone una perquisizione alla “Lucia Mangano”, Labisi mette in moto la sua rete di conoscenze. Dopo qualche giorno è intercettato a colloquio con un amico, già appartenente al Ministero della Difesa, a cui racconta di una visita ricevuta da un esponente dei Servizi che si sarebbe interessato alla sua vicenda, tanto da cercare di capire chi avesse disposto le indagini e dicendo di voler fare saltare delle teste.

“Dobbiamo capire a 360° se c’è qualcuno che deve pagare – si sente nella conversazione captata dagli inquirenti – perché questa è la schifezza fatta ad uno che si batte per la legalità… vediamo a chi dobbiamo far saltare la testa”. Parole forti, che portano i magistrati a descrivere il Labisi come soggetto con un “rilevante tasso di pericolosità sociale […] Da una parte le millantate amicizie importanti con apparati dello Stato o addirittura con i servizi segreti, dall’altra parte i rapporti di amicizia con mafiosi di grosso calibro come Giorgio Cannizzaro”. Ma ad essere accertati, ribadiscono gli inquirenti sono contatti di altissimo profilo nell’ambito della massoneria. Che avrebbero dovuto aiutarlo a mettere bastoni tra le ruote all’indagine. Indagini che grazie al lavoro degli inquirenti non si sono fermate, portando oggi all’arresto del Gran Maestro e dei suoi collaboratori.

Mafia, massoneria e poteri forti, dunque. E una città e una Regione che dimostrano ancora una volta quanto sia fitta la rete di connivenze e di rapporti indicibili che incombe sul nostro capo. Per contrastare tutto questo, fondamentale è l’azione dei magistrati. Ma anche quella dei cittadini, messi al corrente da una informazione corretta e imparziale. Una sfida a cui sentiamo ancora di dover rispondere. Nei prossimi giorni dettaglieremo modi e tempi della ripartenza di Tribù. Intanto un saluto caloroso ai lettori e un complimento sincero alla Magistratura e alle Forze dell’Ordine per l’opera che continuano a portare avanti.

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