Intervista a Gino Astorina: “Concerto di Capodanno? Bene Carmen Consoli, ma dare possibilità a tutti”

Conversazione con l’attore e autore comico a partire dal suo ultimo libro

CATANIA – Gino Astorina mi è sempre piaciuto, anche prima di conoscerlo personalmente. Mi piace la sua comicità fiammante – proprio nel senso che va a fiammate, lasciandoti il tempo di riflettere tra una risata e l’altra – mi piace la sua essenza catanese rivendicata nel linguaggio, nel ritmo e nei colori della battuta. Mi rendo conto che “battuta” è un termine inesatto: in teatro, in televisione e su internet (dove da qualche tempo ha scoperto le dirette Facebook) è più che altro il modo di raccontare le cose, di dare profondità agli episodi che di Astorina fa ridere.

Per tutte queste ragioni mi è piaciuto incontrarlo alla presentazione del suo libro – “Basta che non sudi”, edito da Maimone con la prefazione del professor Tino Vittorio – organizzata da La taverna dello Hobbit sabato scorso a Catania. Poco prima di iniziare ho intervistato l’attore scoprendo una persona coerente al proprio personaggio. Credo di non sbagliarmi nel dire che sia un uomo riflessivo, forse più riflessivo che ironico, e nonostante sia una banalità scrivere che questa è la qualità dei grandi comici devo scriverla per forza in quanto è vera.

Gli domando anzitutto di cosa parli questo libro e cosa significhi il titolo. “Basta che non sudi è un espressione che ha accompagnato la mia infanzia, il modo della mia e di altre mamme di dirmi di sì dicendomi di fatto no. Posso andare a giocare a pallone? Sì, basta che non sudi. E come si fa? Puoi nuotare senza bagnarti? No, così le mamme ottengono di proibirti qualcosa senza fartelo capire”. “Il libro è un insieme di racconti, di fotografie – continua l’attore – messe insieme partendo dai miei ricordi, dalle sensazioni, dai profumi che ho ritrovato”.

Più tardi, nel corso della presentazione, dirà che l’idea del libro è stata del professore Vittorio, colpevole altresì di avere firmato una prefazione parecchio colta. “Una prefazione che da sola vale quindici o sedici euro”, dirà l’attore scatenando le risate del pubblico. E sarà così per un’ora e mezza,  battuta-riflessione-battuta, riflessione-battuta-battuta, con gli astanti piegati a metà eppure attenti a seguire il filo delle sue considerazioni.

Ricordi di un mondo che vede scomparire, quello dell’infanzia e di un’educazione alla vita, la sua, che i giovani d’oggi non possono sperare di avere. Nel libro, a parte il divertimento, c’è tutto questo.

Torniamo all’intervista. Mentre la sala si riempie chiedo cosa pensi della Catania di oggi, del presunto risveglio di questa città e delle prospettive della stessa. “Sono la persona meno indicata a dare pareri, ma credo che sia doveroso non fermarsi mai. Certo, dobbiamo sapere che oggi non possiamo avere allestimenti milionari ma poco importa, perché la cultura non si fa con i soldi ma con la materia grigia. Non riesco ad essere pessimista, a guardare le cose e a non vedervi qualcosa di buono”.

Chiedo allora se veda qualcosa di buono nella gestione della cultura e di alcuni grandi eventi. “Ho l’impressione che tu voglia portarmi a parlare del Capodanno – dice sorridendomi – Sono molto contento che venga la Cantantessa e che possa portare la sua arte nella sua città. Spero che un giorno si capisca che esiste un tessuto culturale catanese che non è solo quello dei grandi nomi, e che a tutti venga data una possibilità. Che nel 2020, quando Catania sarà capitale della Cultura, si possa parlare anche di loro”.

Non gli dico che lo spero anch’io, sono l’intervistatore e non l’intervistato. Di là lo aspettano per iniziare a ridere. E a riflettere, che in questa città ce n’è sempre bisogno.

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