Giustizia e vita: il racconto dell’avv. Mario Arena

Questo spazio, come ho scritto, vuole essere un libero palco, uno spazio in cui ciascuno, nel rispetto degli altri, si senta libero di raccontare ciò che ha vissuto come cittadino davanti alla giustizia.

Essendo un blog dedicato sarà possibile leggere storie di vittime e di carnefici, ma sempre con attenzione alla storia dell’uomo che ha vissuto l’esperienza delle indagini, del processo, del giudizio.

Spesso, nel pubblico ludibrio che segue oramai alle indagini, dimentichiamo che dietro le facce sbattute in prima pagina, prima ancora che si inizi a celebrarsi un processo, ci sono una moglie, dei figli, genitori, fratelli, sorelle, il lavoro,  vite insomma che, per quanto estranee alla persona sottoposta ad indagine, nondimeno finiscono per scontare una pena da innocenti e nel momento stesso in cui si attiva il circolo mediatico.

Certo, conosciamo bene le esigenze di cronaca, l’obbligo di informare i lettori – per carità lo conosciamo anche per l’amore che portiamo per la stampa e l’editoria –  ma non è forte la sensazione che talvolta persino il peggiore dei criminali rischi di diventare piccolo rispetto alla potenza della comunicazione, agli effetti da Colosseo che sembra animare la folla, aizzata sugli spalti sostituiti oggi dagli schermi dei nostri computer o degli smartphone?

E se il mostro sbattuto in prima pagina risulterà poi innocente, l’assoluzione basterà a risarcire lui ed i suoi affetti del danno subito?

Il male, credo abbia una capacità di colpire che è istantanea, usa proiettili, mentre il rimedio, se si sopravvive, è solo un medicamento, la ferita brucerà meno ma si vedranno sempre le cicatrici.

L’intervento che ospitiamo per inaugurare una delle finalità del nostro BLOG  – e ne attendiamo latri – viene da un uomo che è stato ai vertici della macchina amministrativa della nostra città, stimato e riverito capo dell’avvocatura, fino a quando, sottoposto a procedimenti penali per abuso d’ufficio, non fu sospeso, poi invitato a lasciare tutto, infine pensionato di forza.

I processi si sono celebrati e l’avv. Mario Arena è stato sempre assolto,  dimostrando l’assoluta correttezza della sua condotta, difesa sempre con una dignità senza pari.

Quella salita sul Golgota,  quella porta stretta che nella vita si presenta a tutti sotto varie forme,  ha portato all’uomo anche il regalo di una conversione radicale nella Fede, in cui pure già credeva, con il dono di saper discernere quanto di bene viene anche dal male.

Quelle sofferenze,  quel percorso, che come avvocato ho raccolto, meritano d’essere raccontati dal suo protagonista, non già in polemica con alcuno, che non servirebbe, bensì perché in questa società odiocratica occorre anche ritrovare la capacità di ascoltare, di ripensare all’Uomo, e cioè, in definitiva, al nostro prossimo, non dimenticando che i più prossimi a noi siamo appunto noi stessi.

SEGUE LA LETTERA

 

 

Lettera a me stesso.

 

 

Carissimo me stesso,

 

fino ad oggi mi ha fatto velo a raccontarmi, come ben sai, la saggezza confuciana secondo la quale e’ sempre meglio tacere e dare l’impressione di essere sciocchi o inespressivi, piuttosto che parlare e confermare una tale impressione.

 

Supero oggi, l’ostacolo, squarcio il velo per lasciare traccia di tante ferite piu’ o meno guarite e cicatrizzate, ma difficili da dimenticare, anche se coperte dal perdono acquietante. Si natura negat, facit indignatio versum: il racconto fluisce piu’ per l’amarezza indignata che per inclinazione naturale al racconto (Giovenale).

 

Do’ fuoco alle polveri e inizio.

 

Ricorrenza di S.Giovanni apostolo 24 giugno 2018.

Sms da me inviato al mio legale di Palermo:

 

Nella odierna ricorrenza con l’augurio di buon onomastico le giungano i miei immutati sentimenti di stima e affetto.
La ricordiamo sempre nelle nostre preghiere. 

 

Risposta:

Grazie caro e stimato avvocato.
Lei rimane sempre nei mei pensieri .
La Sua forza a gestire le avversità della vita è il parametro al quale mi ispiro e dal quale traggo esempio in ogni momento di sconforto .
Un forte abbraccio.

 

Inusuale l’avvio di ogni storia dalla fine come di questa automissiva. E sulla via dell’inusualita’ due altre indicazioni altrettanto inusuali.

 

La prima.

La vita di ognuno di noi e’ come una parata sulla via del Golgota: passa sempre l’Uomo della Croce che puo’ chiederti di dargli una mano ad alleviargli il peso del santo legno. Che fai? Gli chiedi perche’ proprio io? Perche’ non il mio vicino?  Gli chiedi e ti auguri, nella speranza che e’ sorretta dalla fede, che ti dia la forza di sorreggere quella croce e non restarne sopraffatto nella tua umanita’ fisica e morale” (parola piu’ parola meno, dalla lettera di saluto e commiato diretta ai dipendenti della struttura che ebbi l’onore e l’onere di dirigere tanti anni fa’). La stessa richiesta del compianto Cardinale C.M. MARTINI nel libro Credo la vita eterna.

 

La seconda.

Iniziare un qualsiasi racconto dalla fine per risalire la corrente in forte bolina, senza cadere in alcuna forma di mitopoiesi. Ogni viaggio nel passato è contaminato da false illusioni e passioni, ma il racconto degli eventi reali lo purifica.

 

Ed ora, esauriti i preliminari, il contenuto della lettera a me stesso.

 

Dopo regolare concorso, venivo chiamato a dirigere la struttura importante di un ente pubblico, un ufficio dal quale transitava la quasi totalita’ delle questioni fondamentali per  la sopravvivenza dell’ente stesso. Gli interessi economici che vi ruotavano attorno erano e sono ben immaginabili.

 

Essendo per forza di cose collegato (ma non connesso e men che mai dipendente o contiguo) alla conduzione politica dell’ente, non era stato facile rapportarsi con il mutevole avvicendarsi dei soggetti decidenti. Eppure ero riuscito a trovare un modo compatibile per far convivere la mia esigenze innata di rispetto della legalita’ con l’altra (necessariamente diversa e comprensibilmente malleabile) portata avanti dalla politica dell’ente. Non sempre senza ferite, senza amarezze, senza scontri, senza silenzi assordanti, senza qualche umiliante presenza, ma sempre senza quellarinuncia alla legalita’. Del resto mi rendevo conto che mi faceva ombra quella mia competenza in un settore legale specifico, fortemente sovraesposto e ad alto rischio di responsabilita’ d’ogni genere. Ma non potevo seguire l’insegnamento di S. Ignazio di Loyola “ˆperinde ac cadaver”  perche’ nel mio ruolo nessun vincolo di obbiedenza, specie cieca e senza sussulti di vita come pretesi dal santo Gesuita, poteva essere ammesso senza destrutturare le poche regole di vita che mi avevano sempre accompagnato.

 

Percepivo, comunque, forse perche’ il contorno era (od appariva) privo di professionalita’ di settore, un costante rispetto (timore?) della mia intransigenza, mai cieca o immotivata, sempre correlata alle esigenze della comunita’ amministrata. Gli stessi, se non di maggiore intensita’, sentimenti mi sembrava giungessero dai miei collaboratori ad ogni livello, pur nella normale e sempre proficua dialettica che ti spinge a riflettere sulle scelte programmate e modularle con i risultati del confronto.

 

In questa dimensione di amore ed odio da parte della governance dalla quale mi sentivo circondato, giunsero pure il riconoscimento di un ruolo nella capitale regionale ed una presidenza di societa’partecipata (oggi ne percepisco appieno la ratio, forse l’omaggio che il vizio rendeva alla virtu’?). In fondo le persone che ci odiano e ci combattono vanno ringraziate perche’, se sei e se ti senti nel giusto, sono loro che ti danno la forza e ti costringono a continuare a credere in tutto il contrario di cio’ in cui loro credono.

 

Ricordo le grandi fatiche per spingere il tempo oltre i limiti delle ore e continuare a prestare l’opera con lo stesso impegno e con il rispetto delle stesse condizioni. La legalita’ prima di ogni cosa…..

 

Tuttavia, avvertivo, con sempre maggiore ansia, l’avvicinarsi del collo dell’imbuto, del momento dello scontro violento che avrebbe impattato la mia persona: se il potere corrompe, il potere assoluto (che in quegli anni cominciava a farsi strada nella citta’ in un uomo solo) corrompe assolutamente (Montesquieu nella buca del suggeritore..). Si intravvedeva un monarca che pareva prendere parte alla legislazione (metafora che descrive l’invasivita’ delle direttive prive del requisito di legalita’) privando il pensiero non corruttibile di ogni liberta’ ed esponendo il (presunto) ribelle alla condizione reproba.

 

La linea tra ambizione ed ossessione e’ piu’ sottile di quel che si crede o si vede.

 

Lottavo, mentre soffrivo di insonnia ormai cronica e mi aiutavo a ricordare chi ero, da dove venivo, ricordando chi erano i miei eroi, di sempre, i miei maestri , anche e soprattutto quelli “cattivi”(cioe’ rigorosi) che si ricordano con piu’ amore quando si diventa grandi. Mi aggrappavo al pensiero di Confucio:”non preoccuparti se gli altri non ti apprezzano. Preoccupati se tu non apprezzi te stesso”.

 

Avevo avuto le giuste percezioni.

 

Una dopo l’altra – e, dopo la seconda, le (da me sentite come) doverosemie dimissioni dalla direzione e quindi dall’impiego –  tre avvisi di garanzia  (prima) e tre processi penali per abuso di ufficio (poi). Complessivamente sette processi penali nei vari gradi, dodici anni di sofferenze, tutti conclusi positivamente in assoluzione (una prescrizione appellata) sia in primo che in secondo grado, salvo quello chiusosi di recente, con assoluzione piena in Cassazione (per un presunto…reato di opinione cosi’ lo qualificano i Supremi giudici). Nelle more, un procedimento avviatomi contro dalla Procura Contabile per essere stato nunciusin una assemblea societaria ed essermi attenuto alle direttive del mandante, procedimento conclusosi in primo grado a mio favore, inspiegabilmente in appello mi vedeva soccombere e con conseguenze inimmaginabili.

 

La guerra totale nei miei confronti per alcuni “non possumus”(“non debemus”, “non volumus” di pontificia memoria, PIO VII…), era gia’ cominciata arrivando a trovarmi destinatario di provvedimento di revoca della mia funzione direttoriale(io, vincitore di concorso!), provvedimento regolarmente e severamente censurato dal Giudice del Lavoro, e inopinatamente reiterato con altrettanta alterigia dal vertice politico dell’ente , ma ulteriormente stracciato dall’A.G. con  ancor piu’ severa motivazione giudiziale di illegittimita’. In questo periodo usciva la quarta delle pubblicazioni che avevo dato alle stampe con i miei collaboratori e della quale mi piace ricordare la prefazione, oggi da qualificare addirittura profetica, in quel momento:
Continuo a chiedermi nei momenti in cui monta lo sconforto e si ispessisce l’esatta percezione dei limiti rispetto alla moltitudine dei problemi che la mia direzione è chiamata a dirimere (nello stile di quella tradizione di rispetto della legalità che ne costituisce la ragione di vita) quale Incauto abbrivio mi spinga tra mille difficoltà e qualche incolta malizia a continuare la scommessa iniziata nel tempo tanto più oggi che s’accorcia il camino e il passo tenderebbe a scansare buche e sassi.

Seduce l’incantesimo dell’impossibile dell’ineluttabile il fascino del non si può, che pone un termine ad ogni nostro sforzo e vi è o vi sarebbe perfino un piacere nella resa di fronte all’ingiustizia del mondo.

Non ho risposte.

Rinvengo tra le pieghe della memoria il richiamo di Sant’Agostino che incita “credo quia absurdum” e la sfida ricomincia per se stessa, non contro, né pro, né ut.

Da domani “post prandium et laborem” la ragione del perseverare ricomparirà tra i volti e le sembianze di tutti coloro che mi hanno sorretto in questi anni di durissimo lavoro…

 

 

Odio? Rabbia? Desiderio di vendetta contro ben conosciuti artefici e carnefici?

 

L’Uomo della Croce aveva camminato al mio fianco e non potevo rinnegarlo. E poi, se si decide di percorrere la via della vendetta, e’ bene premunirsi e scavare due fosse.. (saggezza orientale).

 

Dolore, tanto dolore non per me, o non solo per me, per la vita sottrattami indebitamente, in omaggio ad una falsa giustizia, ma le sofferenze inferte senza motivo alle persone amate, su alcune delle quali pesavano le pietose mie bugie o i miei silenzi carichi di isolamento dagli altri per i quali restavi un indagato, un imputato e, chissa’, un colpevole sorretto da fortunata assoluzione.

 

Il male non è mai straordinario è vicino a noi, divide il letto con noi e siede alla nostra tavola.

 

Ho incontrato in dodici anni di percorso del Golgota giudici attenti o distratti, preparati o impreparati, dall’aria scettica o consapevole, mai comunque coinvolti dal dramma umano che il loro giudizio avrebbe potuto aggravare fino alla morte fisica del comparso.

 

Mi pare fosse Luigi Ferraioli a sostenere che del giudice con cui il cittadino ha avuto a che fare, valuta l’equilibrio o l’arroganza, il rispetto oppure il disprezzo per la persona, la capacità di ascoltare le sue ragioni o l’ottusità burocratica, l’imparzialità o il pregiudizio.

 

Lessi da qualche parte che la giustizia e’ nient’altro che una convenzione dove l’ultimo magistrato che parla prevale sul precedente, ma nessuno puo’ dire chi ha ragione e chi ha torto. Il messaggio e’ disarmante, ma corrobora la fede in se stessi e in un’altra Giustizia che chiedera’ a ciascuno di noi prima un esame di coscienza e poi il conto  del servizio reso al quale eravamo chiamati.

 

Tant’e’.

 

Tra l’alternativa a rodermi nella ricerca di un inesistente o incomprensibile “perchè”, seppur ricompreso nei confini della fede, e smettere di portare attenzione su cio’che non va perche’ cosi’ facendo si continua a dargli vita, ho consumato il percorso dell’esistenza tracciatomi dalla Provvidenza, certo con qualche rimpianto, con qualche momento di contrarieta’ a dimenticare, senza che cio’ abbia avuto significato di palinodia.

 

Anche la sofferenza ha la sua data di scadenza. Ed il passato va dimenticato o ti ostacolera’ all’improvviso fino ad esaurirti ; ed oltre che il corpo, soprattutto l’anima va incontro all’esaurimento.

 

Cosí come l’intelligenza astrattacantata da Ferdinando Pessoa la cui stanchezza e’ la piu’ terribile delle stanchezze. Non pesante come quella del corpo, e non inquieta come quella dell’emozione. E’ un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilita’ di respirare con l’anima.

 

Oggi che tutto sembra apparente bonaccia mi impongo di pensare che la vita non e’ una scienza esatta e non va mai come l’hai progammata. In fondo, poi, sono e devo essere grato a chi e coloro (artefici e carnefici) mi hanno consentito di crescere ed essere un po’ migliore dell’uomo che ero, realizzando per me e con me il tracciato dell’Uomo del Golgota. Mi accorgo che, non avendo a disposizione – come non ce l’ha ogni altro uomo – una seconda vita, questa sognata seconda vita inizia quando ti rendi conto di cio’ e la tua anima ha fretta:

 

“LA MIA ANIMA HA FRETTA
Ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo per vivere da qui in poi rispetto a quello che ho vissuto fino ad ora.
Mi sento come quel bambino che ha vinto un pacchetto di dolci: i primi li ha mangiati con piacere, ma quando ha compreso che ne erano rimasti pochi ha cominciato a gustarli intensamente.
Non ho più tempo per riunioni interminabili dove vengono discussi statuti, regole, procedure e regolamenti interni, sapendo che nulla sarà raggiunto.
Non ho più tempo per sostenere le persone assurde che, nonostante la loro età cronologica, non sono cresciute.
Il mio tempo è troppo breve: voglio l’essenza, la mia anima ha fretta. Non ho più molti dolci nel pacchetto.
Voglio vivere accanto a persone umane, molto umane, che sappiano ridere dei propri errori e che non siano gonfiate dai propri trionfi e che si assumano le proprie responsabilità. Così si difende la dignità umana e si va verso della verità e onestà
È l’essenziale che fa valer la pena di vivere.
Voglio circondarmi di persone che sanno come toccare i cuori, di persone a cui i duri colpi della vita hanno insegnato a crescere con tocchi soavi dell’anima.
Sì, sono di fretta, ho fretta di vivere con l’intensità che solo la maturità sa dare.
Non intendo sprecare nessuno dei dolci rimasti. Sono sicuro che saranno squisiti, molto più di quelli mangiati finora.
Il mio obiettivo è quello di raggiungere la fine soddisfatto e in pace con i miei cari e la mia coscienza.
Abbiamo due vite e la seconda inizia quando ti rendi conto che ne hai solo una!

(Bel poema di MARIO DE ANDRADE, poeta, romanziere, saggista e musicologo).

 

Per quanto oscuro sia il passato o il presente, l’amore e la speranza sono sempre possibili.

 

Termino l’epistola: in modo inusuale, cosi’ come l’ho iniziata.

 

Mi e’ giunta per il misterioso percorso di internet una bellissima preghiera che voglio condividere con te, amico mio (me stesso).

 

Preghiera per i tempi difficili:

“Signore, ho bisogno del Tuo aiuto. Sto vivendo la situazione che conosci e da solo non riesco a trovare una soluzione. Ti prego di mostrarmi cosa fare. Sono all’ascolto, Signore. Aiutami a essere ricettivo alla Tua risposta e a confidare nel fatto che Tu vuoi il meglio per me. Signore, aiutami a essere di benedizione per altri, anche se io stesso mi trovo nel bisogno, affinché io possa darti onore. Aiutami anche a ricordare che non sono solo. Tu mi tieni nel palmo della Tua mano e non c’è luogo migliore in cui io possa trovarmi. Nel nome di Gesù, amen!”.

 

Coraggio a me stesso, amico di una vita.

 

Mario Arena

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