Gli scritti esoterici del Gran Maestro Labisi: “La caverna di Giano Bifronte impone il silenzio…”

Dall’espulsione dalla federazione massonica agli scritti esoterici, viaggio nel profilo latomistico del Gran Maestro arrestato la settimana scorsa

E’ passata una settimana dall’operazione “Giano Bifronte” che ha portato all’arresto del Gran Maestro Corrado Labisi e ancora l’inchiesta anima il dibattito pubblico catanese, tale è il livello del personaggio e della rete di rapporti che lo stesso, secondo i magistrati catanesi guidati dal Procuratore Carmelo Zuccaro, teneva a rivendicare.

Quali siano questi rapporti, lo mette nero su bianco il GIP nell’ordinanza di arresto: “La personalità del Labisi Corrado si pone come connotata da un rilevante tasso di pericolosità sociale, poiché da una parte millanta amicizie importanti con apparati dello Stato o, addirittura, con i servizi segreti; dall’altra parte lo stesso intrattiene rapporti di amicizia con mafiosi di grosso calibro (Cannizzaro Giorgio, della famiglia mafiosa che fa capo a Santapaola Benedetto), ai quali riserva addirittura un posto nelle prime file della Chiesa dove si svolgeva il funerale della madre”.

A fronte di tutto ciò, l’accusa che ha portato in galera il Gran Maestro è di “associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita di somme di denaro”. Un crimine grave, sopratutto se nell’espletarlo Labisi avrebbe manifestato, scrivo i magistrati, “totale noncuranza per le cure dei bisognosi” ospiti dell’Istituto Lucia Mangano, dallo stesso depredato per soddisfare “uno stile di vita certamente non positivo ed un tasso di egocentrismo elevatissimo che lo porta e che lo porterà, se non adeguatamente fermato, a continuare sulla strada della commissione dei crimini”.

Ma indagando sull’appropriazione indebita gli inquirenti si imbattono anche nel profilo massonico di Labisi. Del suo ruolo nella Massoneria deviata, per meglio dire, essendo egli Gran Maestro di un Ordine non riconosciuto – la “Serenissima Gran Loggia del Sud” – con la quale il Grande Oriente d’Italia, all’indomani del coinvolgimento di Labisi nell’operazione “Fiori Bianchi”, sentì il dovere di recidere ogni rapporto sospendendolo anche dalla Federazione Massonica.

L’operazione “Fiori Bianchi” è quella ove il Labisi, non condannato, veniva descritto dagli inquirenti nei come “legato al Cannizzaro da un rapporto che va al di la della mera conoscenza e che sottintende una comunanza di interessi per certi versi inquietante”. Rapporti confermati, come abbiamo visto, anche dall’operazione “Giano Bifronte”. Ma proprio il nome dell’inchiesta apre a suggestioni che forse possiamo provate a sottoporre al lettore.

Casualità vuole che questo sia anche il nome di una loggia definita “vicinissima” a Labisi già nelle carte dell’inchiesta “Belfagor”, la prima ad occuparsi dei rapporti tra cosche e grembiulini ai piedi dell’Etna. In quegli atti si parla appunto di una loggia “Giano Bifronte”, fondata il 4 ottobre 1997, “di cui Venerabile era il Labisi”. Sono i primi anni Duemila ma già il Gran Maestro vortica nel calderone che mette insieme logge, affari e politica. Proprio in quell’inchiesta, infatti, si parla dell’impegno elettorale dello stesso per le Amministrative catanesi.

Curioso che gli inquirenti, per dare un nome all’operazione che ha portato al suo arresto, abbiano scelto il nome di una Loggia riconducibile a Labisi. Ma per continuare con le suggestioni, potremmo citare alcuni passaggi scritti di pugno dal Gran Maestro sulla figura alchemica di Giano Bifronte. Si trovano nell’ormai celebre rivista “Rebis”, organo ufficiale della Serenissima Gran Loggia del Sud: “Cosa richiede il Neofita quando si trova all’interno del tempio – scrive l’Illustrissimo e Potentissimo Gran Maestro – Chiede la Luce. La Luce è quel barlume che lo deve guidare nella caverna di Giano Bifronte, che da San Saturnino lo deve condurre al solstizio d’estate passando attraverso il crocifero dell’equinozio di primavera”.

E ancora, poco dopo: “La caverna di Giano Bifronte impone il silenzio per raggiungere il nero piu’ nero – scrive Labisi – il nero delle ali del corvo decapitato, per risalire per gradi da Malkut Al Kether, risalire per prendere la prima boccata d’aria pulita, visualizzando quel barlume di luce che ci fa sperare di essere sulla strada giusta”. Cosa significhino queste parole, non sappiamo e non vogliamo nemmeno provare a capirlo. Certo è che servono ad alimentare la suggestione su quel Giano Bifronte cui i magistrati intitolano l’inchiesta.

Che ci siano filoni più prettamente inerenti l’aspetto massonico della rete di Labisi ancora non svelati? Non lo sappiamo. Ciò che sappiamo è che l’Autorità Giudiziaria catanese ha dimostrato di perseguire la giustizia senza guardare in faccia nessuno, e senza piegarsi alle minacce del Venerabilissimo di turno. E questa sicurezza ci basta.

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