Mafia: Graviano, il coltello e i tanti dubbi sulle intercettazioni

Il boss al 41 bis nascondeva nella sua cella un’arma da taglio. Un fatto grave e preoccupante che passerà forse in secondo piano nel dibattito 

graviano

PALERMO – Un coltello nascosto nell’intercapedine del letto. Giuseppe Graviano, boss di Cosa Nostra attualmente al 41 bis, deteneva un’arma da taglio nella sua cella. Un fatto incredibile, scoperto circa un mese e mezzo fa, che ha portato all’immediato trasferimento dell’ergastolano dal carcere di Ascoli Piceno a quello di Terni. E all’ovvia domanda su come un detenuto al carcere duro possa trovarsi in possesso di un coltello, sforando i controlli presumibilmente severi della prigione.

La notizia arriva il giorno dopo la pubblicazione di alcune intercettazioni nelle quali il boss sembra tirare in ballo l’ex premier Silvio Berlusconi in merito alle stragi di mafia del ’93. “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia …”, dice Graviano nelle conversazioni captate dall’orecchio elettronico dei magistrati. La notizia ha fatto in breve il giro del web, talvolta con sintesi estreme. A leggere qualche articolo, infatti, il ruolo dell’ex Presidente del Consiglio come mandante delle bombe pare bello che assodato.

Inutile ricordare al lettore che così non è. Le intercettazioni, depositate dalla Procura di Palermo nell’ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, sono solo l’ultimo episodio di mediatizzazione delle frasi dei boss. Già in passato le parole “rubate” ai mafiosi all’interno delle carceri avevano alimentato il dibattito pubblico italiano. Nella tarda estate del 2014, per esempio, avevano fatto scalpore le frasi di Totò Riina – oggi al centro di un caso mediatico ulteriore – sempre in merito ai rapporti tra Berlusconi e Cosa Nostra.

“A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi” diceva il Capo dei Capi parlando con un boss della Sacra Corona Unita durante l’ora d’aria al carcere di Opera, alludendo a un “pizzo” pagato dall’imprenditore alla mafia. Affermazioni che avevano spopolato a lungo sui giornali, in televisione e sul web. Per uno strano contrappasso le parole del boss – soggetto inaffidabile per eccellenza – venivano immediatamente credute, assumendo il valore di verità definitiva. Anche per colpa del sensazionalismo della stampa.

Un parere importante su boss e intercettazioni era arrivato in quei giorni dall’informatico Gioacchino Genchi, tra i maggiori esperti italiani della materia: “C’è qualcuno che ha ancora qualche dubbio sul fatto che Totò Riina fosse perfettamente consapevole di essere intercettato nel cortile del carcere di ‘Opera’? – scriveva Genchi sul suo profilo Facebook il 3 settembre 2014 – Un uomo accorto e previgente come lui che non ha mai usato nella vita un cellulare e che ha sempre raccomandato ai suoi (compresi i figli, che non l’hanno ascoltato) di non utilizzarli, pensate possa incappare casualmente in una intercettazione in un carcere di sicurezza, al regime del 41 bis, in cui l’intercettazione permanente audiovisiva dei detenuti è un fatto notorio per tutti?”.

“Se tutto questo sembra poco per convincervi della burla che Riina si sta prendendo delle Istituzioni e dei magistrati che la alimentano – continuava l’informatico – basti considerare che nella sua vita – specie quando era latitante – non è mai incappato inconsapevolmente in una sola – dicasi una – intercettazione telefonica e/o ambientale”. Un’opinione che aveva suscitato a sua volta un forte dibattito, e che ritorna buona per la vicenda in corso in questi giorni.

Che andrà chiarita nel merito nelle sedi competenti, cioè nelle aule dei Tribunali. Ma che può essere già affrontata a livello metodologico. Mentre tutta l’Italia riscopre il nome di Graviano per le clamorose intercettazioni depositate in Procura, si apprende che il boss aveva a disposizione nella propria cella un’arma. Un tecnicamente impossibile, vista la condizione detentiva dell’ergastolano.

Un aspetto degno di essere attenzionato, ma che probabilmente – lo si vede già – passerà come secondario sulla scia delle intercettazioni. Anche su questo sarebbe il caso di riflettere.

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