Jaka e il reggae siciliano che unisce isole lontane

‘Crisi’ è l’ultimo singolo, dall’album in lavorazione ‘Il suono dell’isola”

 

FIRENZE – Siciliano della Provincia di Trapani, fiorentino d’adozione, giramondo di indole.

JAKA, al secolo Giuseppe Giacalone, è uno dei pionieri della musica “in levare” italiana. Durante la sua carriera si è conquistato la stima e il rispetto di grandi artisti internazionali quali Alton Ellis, Max Romeo, Morgan Heritage, Michael Franti, Luciano, Eek a Mouse, Sergent Garcia, Mad Professor che lo hanno invitato a cantare con loro durante le esibizioni.

Emergere nello scenario musicale italiano governato dall’ipercommerciale è difficile: JAKA è da anni esponente del reggae italiano, ma la sua musica ha atteso 20 anni prima di arrivare al grande pubblico e al cuore dei siciliani.

La Sicilia e le sue tradizioni sono sempre state importanti nella mia musica. Ho sempre cantato in dialetto e o sempre cantato della Sicilia, delle sue belle e delle sue contraddizioni”. Jaka si racconta così, a ruota libera, con la cadenza trapanese che non ha mai nè perso nè tanto meno nascosto.

E questo già nel 1991, quando uscì il suo primo singolo reggae ‘Ragga soldati’: “In sicilia ancora non esisteva un pubblico per la reggae music – racconta ai nostri microfoni – esistevano poche persone, poche invidiualità che la conoscevano. Non esisteva un movimento, una scena, un soundsystem anche di dj come c’è adesso”.

Faccio musica da 25 anni e in 25 anni ho girato tutta italia. Prima quando venivo in Sicilia i concerti rimanevano episodi isolati: la gente non sapeva che ero un artista che si esibiva nei più importanti festival italiani e internazionali o che cantavo con i più grandi artisti jamaicani della storia”.

“È stato internet, sono stati i social network ad aver amplificato la visibilità della mia musica. Poi sono maturati anche i tempi: il reggae si è diffuso, il suono è più apprezzato. Poi probabilmente sono cresciuto anch’io” ci dice sorridendo.

È stato il singolo ‘A Erice’ ad averlo consacrato al grande pubblico: “Mi piace pensare che dopo averla tanto chiamata la Sicilia mi abbia finalmente risposto. La mia musica è tornata ed è arrivata al popolo, ad un vasto pubblico di persone che non necessariamente seguono il reggae”.

In lavorazione il nuovo album ‘Il suono dell’isola’, prodotto tramite il metodo del crowdfunding: “Nasce da un’idea che è quella di collegare l’isola in cui il reggae nasce, la Jamaica, con la mia isola, la Sicilia”.
“La metafora però potrebbe anche essere quella del collegamento delle isole umane: viviamo in un mondo dove siamo connessi telematicamente, ma lo siamo meno umanamente. L’idea è quella di unire le persone, realizzare le collaborazioni con tanti artisti:  tutti isole, mondi, completamente diversi“.

“Perché il crowdfunding? La gente mi stima e mi conosce di persona. Mi ha visto dare il sangue e l’anima sul palco. Il pubblico mi segue e mi stima non perché sono una star televisiva, ma perchè c’è un rapporto diretto con i fan. E la partecipazione ai due mesi di campagna di crowdfunding me ne ha dato la conferma.

Il disco sarà pronto prima dell’estate.

Ho preso un impegno con i miei fan, spero di far uscire il disco in primavera. Una parte è pronto: trovate già i singoli ‘Origini’, ‘Natural’ e ‘Crisi’“.

L’ultimo singolo è un brano duro, realistico, di denuncia: “È un duetto con Raphael e parla della crisi socio economica di questi tempi. Avanzo la tesi forte che all’origine della crisi non vi sia una mancanza di risorse: il problema è che le risorse sono nelle mani di pochi e i pochi che le governano manovrano la politica  internazionale e le sorti dell’umanià creando difficoltà, miseria e povertà”.

Un sogno nel cassetto?

“Da un punto di vista artistico mi sento abbastanza appagato, credo di aver suonato con quasi tutti i miei eroi musicali: non sono tutti questi nomi dall’enorme visibilità commerciale,ma sono artisti che per me non hanno pari. Certo, avessi fatto un duetto con Bruno Mars forse la mia musica avrebbe avuto una visibilità ben più vasta” ironizza.

Poi prosegue: “Mi auguro che la mia musica arrivi a sempre più persone perché il reggae è la musica del popolo e deve arrivare a tutta la gente. La mia musica cerca di veicolare un senso: è una musica che vuole essere cura, terapia, gioia. La musica di adesso è solo business e intrattenimento, fatta per essere venduta. Mi piace pensare che la mia musica possa stimolare le persone ad una crescita, ad condivisione, a qualcosa di importante per la loro vita. Questo mi sembra un obiettivo più nobile che vendere tanti dischi”.

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