La festa delle donne è come Donald Trump

Il pensiero più emozionante che ho letto in questo 8 marzo è scritto da un uomo

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La festa delle donne è come Donald Trump. Un fenomeno di rottura, di provocazione, di espressione che qualcosa sta cambiando (anche se in quale direzione ancora non si sa).

“Ero contro Trump prima che diventasse di moda essere contro Trump”, recitava la maglietta di Samuele Bersani lunedì sera in concerto al Metropolitan.
Ecco. La festa delle donne è come Trump. Ed io, oggi mi sento un po’ Samuele Bersani. Perché?

Sento parlare di sciopero in salsa rosa, di femminismo di frontiera, di “boldrinate” come la lotta a suon di “sindaca, assessora e consigliera”.
Sento parlare di “femminicidio” come se un neologismo che usi la radice “femm-“ possa trasformare la violenza da sempre esistita e inaccettabile in qualcosa di più.
Come se fosse un fenomeno 2.0, figlio di una società che accoltella perché non sa più mietere il grano.

Ma non è così. La violenza è violenza senza se e senza ma, senza colori né attenuanti. E il femminismo è una cosa seria. Non è entrare a gamba tesa in difesa dello spacco di Diletta Leotta a Sanremo né, d’altra parte, trattare l’assessore Valentina Scialfa come una ragazza-immagine. Femminismo è meritocrazia: è parità di genere, di doveri e di opportunità.

Quindi, il punto non è difendere o massacrare Leotta o Scialfa. Ma è dire a una donna “”incompetente” anziché “oca”. E non essere le prime nemiche di noi stesse. Non confondere il femminismo con l’avversione all’uomo, con il ripudio della bellezza e della femminilità. Certo è che questa nostra cultura puzza di modernità stucchevole (esattamente come Trump). Una visione in cui il mobbing e le disparità professionali convivono con la peggiore delle “concessioni” politically correct: le quote rosa.

Ecco. Dicono che il “futuro sia donna” e che bisognerebbe rileggere la storia in chiave femminile. Ma il futuro, il presente e il passato non sono affatto rosa. La vita – e la società dunque – è  gialla, verde, blu e arcobaleno, donna, uomo, trans e tutte le sfumature dell’umanità.

Abbiamo bisogno di una rivoluzione silenziosa e possibile: l’evoluzione delle coscienze. L’8 marzo non è un giorno di festa ma di lutto. È l’anniversario di uno sciopero di lavoratrici finito in tragedia. Quindi, che sia un momento per accendere riflettori, perché festeggiare la sacralità del femminile è cosa ben diversa dall’apparire vagine isteriche in lotta con il testosterone.

Il pensiero più emozionante che ho letto in questo 8 marzo è scritto da un uomo: “Lasciamo che il mondo sia della bellezza e della diversità. Non pretendete la libertà – come l’ora d’aria per i detenuti – durante quest’unica circostanza. Proiettate questo giorno tutti i giorni dell’anno. Noi siamo con voi. Siamo voi. Tutti uguali e tutti diversi. Al di là dei tabù, dei limiti imposti, delle guerre dentro e fuori il corpo, delle distanze che non separano e uniscono”.

Le mimose… lasciamole sugli alberi!

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