Se la mafia torna ad intimidire

A distanza di pochi giorni due intimidazioni al presidente della Commissione regionale antimafia Fava e al Procuratore di Caltanissetta Bertone

Buste con proiettili e lettere minatorie. 

L’odore del piombo che torna a farsi sentire in Sicilia. Piombo recapitato per posta, certo, non per pistola. Ma non per questo meno inquietante.

E’ avvenuto il 5 ottobre al Presidente della Commissione regionale antimafia Claudio Fava, con una busta recapitata direttamente all’Assemblea Regionale Siciliana. E’ accaduto ieri, 11 ottobre, al Procuratore capo di Caltanissetta Amedeo Bertone, raggiunto dall’intimidazione nel Palazzo di Giustizia nisseno.

Tempistiche allarmanti, dinamiche coincidenti, che autorizzano il sospetto di una regia comune: proiettili dello stesso calibro – 7,65, un vecchio amico dei padrini siciliani – accompagnati da lettere minatorie. 

Sulla vicenda indagano le Procure di Palermo e Catania – che si confronteranno sulle analogie dei due casi – ed è ancora presto per stabilire chi sia il mandante. E se il sospetto più immediato – quello di una mafia che torni platealmente sulla scena, dopo un quarto di secolo di operoso “assonnamento” – corrisponda alla realtà. O se dietro quelle buste pesanti vi siano mani isolate.

Non staremo a ricostruire la storia di Claudio Fava, dell’indimenticato Pippo freddato dai Santapaola, di trentacinque anni di impegno civile e politico nella lotta a Cosa nostra. Una lotta condotta da ultimo dai banchi dell’ARS, e dalla presidenza di una Commissione che Fava ha riempito di dossier delicati: quelli sul presunto “sistema Montante”, sulla presenza della massoneria nelle Istituzioni, sul depistaggio sulla strage di via d’Amelio e così via.

Nemmeno del dottore Bertone occorrerà fare la biografia. Quarant’anni di servizio in magistratura, la strenua lotta alla mafia – sua l’operazione “Orsa Maggiore” che negli anni Novanta inchiodò le famiglie catanesi – il ruolo di Aggiunto a Caltanissetta, poi a Catania, poi nuovamente a Caltanissetta per guidarne la Procura. Sul suo tavolo, oggi, ci sono i fascicoli delle inchieste che fanno tremare il potere siciliano. E che sono le stesse di cui Fava sta interessando la sua Commissione: il “sistema Montante”, il depistaggio della strage Borsellino… Ma Bertone è anche il magistrato che a Catania condusse l’operazione “Belfagor”, che per la prima volta puntò i riflettori sui rapporti tra mafia e massoneria, filone che negli anni si sarebbe dimostrato molto ricco. 

Toccherà alle Procure fare luce sulle intimidazioni e stabilire la verità. Ma non occorre aspettare le indagini per dire che in Sicilia, da qualche tempo, si torna a respirare un’aria pesante. Quella del piombo, appunto, delle intimidazioni sfacciate, dei proiettili recapitati in busta con le lettere minatorie.

Un quarto di secolo dopo le grandi Stragi di mafia. Venticinque anni di tempo perduto, verrebbe da dire, se nel 2018 siamo ancora qui a parlare di buste con proiettili. Un grande classico, di quelli che non muoiono mai. Non come gli uomini, che muoiono sì. Anche ammazzati. Senza che i sopravvissuti imparino nulla.

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