La Notte degli ultimi

L’Angelo Federico è un’associazione che anche sotto Natale consegna viveri e vestiti ai senzatetto di Catania. L’abbiamo seguita per una notte

Lo dice come se parlasse del campionato del Catania. Come se fosse un fatto secondario, una cosa che una volta era importante ma adesso va un po’ così e non c’è nulla da fare se non aspettare.

All’annu prossimu non c’arrivu. Comu sugnu ora non c’arrivu”.
‘U zzu Cammelu vive nell’astanteria di un ospedale a Catania. Ad occhio avrà una cinquantina d’anni, e quando i volontari gli porgono la busta con i viveri – un panino, un uovo sodo, della frutta, alcune merendine, una bottiglietta d’acqua – lo accetta con un sorriso di gratitudine discreta.
“Avà zzu Cammelo, non dicissi accussì”, fa il volontario dell’associazione L’Angelo Federico, che queste previsioni di morte le sente da cinque anni. Non che non siano vere, proprio bene lo zio Carmelo non sta. Ma finora c’è, e fin quando c’è Alfio sa di dovergli portare da mangiare. Ogni settimana un po’ di viveri, e se serve anche scarpe, vestiti, coperte. In genere serve, perché Carmelo non ha nessuno a parte Alfio e i suoi. E neanche gli altri hanno nessuno, in questa sala d’attesa dove convivono pazienti e senzatetto, gli uni in attesa di cure, gli altri in attesa e basta.

Ci eravamo visti al Piazzale Sanzio, un paio d’ore fa, per organizzare i viveri prima di iniziare il giro. Panino-acqua-uovo-frutta-merendina, la catena di montaggio è già all’opera mentre mi avvicino a Gilda, che con il marito Alfio ha dato vita all’associazione ed oggi ne è il riferimento, sia qui che negli eventi che L’Angelo Federico organizza per autofinanziarsi.
Federico osserva dalle pettorine dei volontari come se sapesse che tutto questo lo fanno in memoria sua. Non ho il coraggio di chiedere, ma sarà un marocchino a cui daremo una busta a un semaforo a fare la domanda al posto mio.
“Chi è lui?”
Risponde Gilda, con un sorriso che mi estrae per un attimo il cuore dal petto.
E’ mio figlio, adesso è in cielo. Se siamo qui adesso è merito suo”.
“Morto” dice il marocchino con la frusta della sua ingenuità.
“Sì” risponde ancora sorridendo Gilda. Oltre alla busta gli diamo anche dei jeans e un maglione. Sarà il “buon Natale” più sincero di quest’anno, il suo, mentre con il cibo e i vestiti si allontana riprendendo la sua postazione al semaforo. Noi proseguiamo, il giro notturno è fatto di molte tappe e c’è il rischio di trovare i senzatetto già addormentati nei loro ripari nascosti e non poterli più aiutare.

Alla Stazione accade un mezzo dramma. Anna non è al suo posto e secondo i volontari la cosa è grave. Altre persone emergono da chissà dove per ricevere la loro razione. Sono catanesi, parlano in modo sconnesso. Essere senza casa ti fa regredire, e forse la povertà non riesce a tenere il vizio fuori da questa apparenza di vita. Una donna reclama una razione in più per suo marito, ed Alfio gliela porge anche se non è troppo convinto che un marito ce l’abbia. Intanto Gilda, parlando con un’altra donna, scopre che Anna è stata convinta da altri volontari a spostarsi in una comunità per lavarsi e ristorarsi.
Vive qui da quarant’anni, nessuno era mai riuscito a farla spostare. Sono contenta”.
Questi sono gli invisibili – dice Alfio – non si vedono anche se stanno lì davanti alla gente”.
Passiamo per Corso Martiri della Libertà, tra i buchi nella città dove vivono centinaia di persone dimenticate da tutti. Periodicamente questi terreni abbandonati vengono sgomberati, ma poi i senzatetto ritornano a costruirci le loro capanne. Sono romeni, russi, egiziani. “L’anno scorso in uno di questi campi abbiamo visto almeno una trentina di bambini, di dieci, dodici anni. Erano etiopi” dice Gilda mentre scendiamo a portare da mangiare ad altre persone sotto i portici di Corso Sicilia. Un ragazzo si sveglia da un sonno profondo e viene a prendere il cibo. Non ce li ha vent’anni, secondo me.

Il cartellone di un grande centro commerciale lungo la strada mi dice di chi è la colpa. “Regalatevi un’emozione”, sorride un bambino con un cappello di Babbo Natale stringendo un fantastico cellulare tra le mani. Ho voglia di fare la rivoluzione proletaria, di veder girare per l’Europa gli spettri delle ideologie del Novecento. Mentre io mi imbambolo i volontari agiscono. Un indiano con la barba bianca chiede pantaloni e scarpe. Un russo che dorme sotto le insegne di una banca prestigiosa si altera, perché ha visto le scarpe e teme che le prenda l’indiano al posto suo. Alfio gliene porterà un altro paio, di vernice nera molto elegante, forse un po’ grandi ma figuriamoci. Tutti chiedono calze.

L’ultima tappa è l’ospedale dove incontreremo ‘u zzu Cammelu. Entriamo con discrezione, perché il personale non vede di buon occhio che i volontari portino da mangiare a questi ospiti indesiderati. Perché quando mangiano sporcano, e dopo occorre pulire. Se si limitano a dormire tutto sommato non sono così diversi dai pazienti che passano intere giornate ad aspettare di essere visti da un dottore. Distribuiamo le razioni a tutti. Io ne ho una tra le mani e la do ad un signore che non è un senzatetto ma un paziente. Normalmente mi verrebbe da ridere, ma adesso non ne ho voglia. Poggio la busta accanto ad un fagotto di coperte che contiene qualcuno profondamente addormentato. Intanto Alfio parla con Carmelo.
Avà zzu Cammelo non dicissi accusì. Ci vediamo la settimana prossima”.
Grazie assai. Su avi quacchi autra cosa a lassassi. Prima ca vinevuru vuatri
ci nn’erunu autri sei
”.
Mentre usciamo Alfio mi dice di essere dispiaciuto di non averle incontrate, queste sei persone. Si vedrà giovedì o venerdì prossimo, gli impegni dei volontari non consentono di avere sempre un giorno fisso. E spesso i senzatetto non si trovano più, scompaiono nel nulla per qualche motivo. Ma ce ne sono sempre di nuovi, e L’Angelo Federico cercherà di aiutarli.
Fuori dall’ospedale, nel freddo della mezzanotte che si avvicina, preghiamo.
Padre Nostro, Ave Maria, Gloria.
“Per Federico e per tutti i nostri angeli in cielo: l’eterno riposo, dona loro o Signore…”

Risaliamo in macchina per tornare al Piazzale Sanzio. Alfio mi domanda dove debba accompagnarmi. Gli dico di lasciarmi ad un incrocio, la mia auto è lì dietro. Non è vero, ma ho bisogno di camminare. Secondo le lucine colorate delle vetrine dei negozi è Natale.

Articoli correlati

1

  • Io sono uno dei volontari dell’associazione “L’Angelo Federico”. Ho avuto modo di assistere a qualcosa che non immaginavo. La grandezza e ricchezza di queste persone emarginate. Quando consegno la busta, se uno di loro ha già mangiato, rifiuta il sacchetto affinché un altro potesse mangiare. Non lo prendeva, nella sua condizione si preoccupava per qualcun’altro che magari non conosce. Noto sui loro volti un sorriso particolare che mi dona amore e forza. Queste realtà non dovrebbero esistere purtroppo ci sono, qui entra nel vivo la Parola del Signore:”Avevo fame e mi avete dato da mangiare, nudo e mi avete vestito” Ringrazio il Signore per questa esperienza di vita, ringrazio il nostro carissimo Angelo Federico che vicino a Gesù e nel cuore dei suoi genitori Gilda e Alfio, ci danno la grazia di poter, nel nostro piccolo, essere partecipi di questo dono d’Amore. Grazie 😘

Rispondi a Edoardo Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nome *