Madre affidataria denigra il padre agli occhi del figlio: condannata a pagare 30.000 euro

Nel figlio, si può scatenare la “sindrome di alienazione parentale (PAS)”

divorzio famiglia genitori e minori

 

In sede di separazione o divorzio, i due coniugi tendono a rinfacciarsi qualsiasi piccolezza o mancanza, dimostrando così che tutto l’amore iniziale si è trasformato in odio profondo.

In queste incresciose situazioni, purtroppo, le vere vittime sono i figli contesi, usati come “merce di ricatto”, costretti a sorbirsi insulti e frecciate che un genitore rivolge all’altro.

Quel che infatti avviene, purtroppo costantemente, è il continuo atteggiamento di svalutazione e denigrazione che il genitore affidatario utilizza nei confronti dell’altro, mettendo così il figlio nell’impossibilità di poter costruire un legame parentale libero da condizionamenti esterni.

Per cercare di mettere un freno a questa situazione, il Tribunale civile di Roma, con la sentenza n. 18799 del 11 ottobre 2016, ha condannato, ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c., al pagamento di una multa di 30 mila euro una madre che non ha cercato di riavvicinare il figlio al padre “risanandone il rapporto nella direzione di un sano e doveroso recupero necessario per la crescita equilibrata del minore, ma al contrario ha continuato a palesare la sua disapprovazione in termini screditanti nei confronti del marito”.

Ciò che si vuole tutelare è il diritto del minore alla bigenitorialità, principio posto alla base della l. n. 54 del 2006 che ha introdotto nel nostro ordinamento l’art. 709 ter c.p.c. che, come ha chiarito la Corte di Cassazione, nella sentenza n. 8362 del 3 aprile 2007, «trova attuazione, per un verso, attraverso l’indicazione di una preferenza verso l’affidamento condiviso, e, per l’altro verso, in un modello di esercizio della potestà, ancorato al principio di responsabilità genitoriale, il quale si specifica mediante la previsione di una continuità di condivisione educativa».

Infatti anche dopo il fallimento del rapporto matrimoniale dei coniugi, quest’ultimi devono avere come obiettivo primario il bene e la felicità dei propri figli che si raggiungono solo mettendo da parte rancori e odi, sentimenti tipici degli adulti, e collaborando insieme al percorso di crescita del minore. L’esperienza della separazione dei genitori è alquanto traumatica nella vita di un bambino, lo è ancora di più quando gli stessi si fanno guerra e usano come arma i figli.

Si verifica quello che gli psicologi hanno denominato “sindrome di alienazione parentale (PAS)”: il bambino affetto da PAS, infatti, idealizza in modo assoluto il genitore affidatario e si schiera completamente dalla sua parte, confermando ogni suo ipotetico sospetto o assecondando ogni suo dubbio, genuino o meno; per contro, il rifiuto totale del genitore bersaglio è motivato da razionalizzazioni deboli o addirittura assurde, utilizzando a volte il linguaggio del genitore alienante.

Il Tribunale di Roma, pertanto, ha voluto tutelare proprio il minore a cui non interessa il risarcimento economico ma quello affettivo: avere la possibilità di godersi la propria infanzia in maniera spensierata e la consapevolezza che, anche se non si abita più sotto lo stesso tetto, può sempre contare sulla presenza costante di entrambi i genitori.

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