Mafia, Cassazione su Totò Riina: “Ha diritto di morire con dignità”

La Suprema Corte apre per la prima volta alla possibilità di un differimento della pena per il Capo dei Capi di Cosa Nostra

Totò Riina

ROMA – Il Capo dei Capi Totò Riina ha il “diritto a morire dignitosamente” come ogni altro detenuto ospite delle carceri italiane. La Corte di Cassazione apre per la prima volta alla possibilità di un differimento della pena per l’efferato boss di Corleone, oggi ottantaseienne e in gravi condizioni di salute.

Precedenti richieste degli avvocati in tal senso erano sempre state rigettate.

In queste ore il nuovo indirizzo degli ermellini, che si interrogano sul perdurare della pericolosità sociale di Riina, considerata l’età avanzata e le gravi patologie di cui il boss ergastolano soffrirebbe. Fermo restando lo “spessore criminale” del soggetto – artefice della stagione stragista di Cosa Nostra degli anni Novanta – per il quale sarebbe tuttavia pensabile l’adozione di misure diverse dal contenimento carcerario. Per questo il legale del boss, attualmente rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Parma, aveva chiesto al Tribunale di Sorveglianza il differimento della pena o in alternativa la detenzione domiciliare per il suo assistito.

Richiesta che era stata già respinta dal Tribunale appena un anno fa. Secondo la Cassazione, tuttavia, la decisione non aveva tenuto conto del “complessivo stato morboso del detenuto”, e delle sue “condizioni generali di scadimento fisico”.

La Suprema Corte ha inoltre invitato i giudici a valutare se la detenzione comporti a Totò Riina “una sofferenza ed un’afflizione di tale intensità” da superare la “legittima esecuzione di una pena”. Il Capo dei Capi soffrirebbe di neoplasia renale, con gravi complicazioni neurologiche, non riuscirebbe più a stare seduto e sarebbe inoltre gravemente cardiopatico. Nella primavera del 2003 aveva subito un intervento per problemi cardiaci, e nel maggio dello stesso anno era stato ricoverato all’Ospedale di Ascoli Piceno per un infarto. Altri ricoveri, sempre legati al cuore, sono avvenuti nel 2006 e nel 2014.

Secondo quanto riportato dai giornali, l’aggravarsi delle condizioni di salute non aveva impedito al boss, fino ad anni recenti, di rivolgere minacce dal carcere nei confronti di magistrati e personalità della lotta alla mafia.

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