Milano, le mani del clan mafioso dei Laudani su supermercati e vigilantes

Due arresti anche a Catania. Commissariate 4 sedi Lidl, coinvolte anche società che forniscono i vigilantes al Tribunale

MILANO – Le mani della mafia catanese sulla grande distribuzione e sulla vigilanza privata. E’ quanto emerge dall’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano che ha portato all’esecuzione di quindici misure cautelari (11 in carcere, 3 ai domiciliari e 1 divieto di dimora) nei confronti di altrettante persone accusate, a vario titolo accusati di far parte di un’associazione per delinquere che ha favorito gli interessi, in particolare a Milano e provincia, della famiglia mafiosa catanese dei “Laudani” o “Mussi i ficurinia”.

Le misure cautelari sono stati emesse dal Gip del Tribunale di Milano, su richiesta del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e del pm Paolo Storari. I militari del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Varese e  personale della Squadra Mobile della Questura di Milano hanno eseguito in diverse località di Lombardia, Piemonte, Puglia e Sicilia oltre 60 perquisizioni.

Due arresti sono stati eseguiti a Catania, dove sono finiti in manette Enrico Borzì e Vincenzo Greco, indagati per associazione mafiosa.

“È stata una indagine molto complessa, condotta in perfetta sinergia tra la Polizia e la Gdf. Sono stati seguiti i passaggi di denaro, il denaro raccolto a Milano veniva consegnato alla famiglia Laudani”, ha spiegato la Boccassini sottolineando che per coloro che volevano corrompere “era come pescare in un laghetto sicuro: sapevano esattamente chi, come e dove trovare le persone da corrompere”.

“Tutta l’indagine è stata condotta in piena sinergia con l’autorità giudiziaria di Catania. Corrompere in Italia è facile» e «si pagano non solo i funzionari e i dipendenti ma anche i pensionati e chiunque possa avere influenza o segnalare i corruttibili”, ha concluso il magistrato milanese.

L’operazione ha portato ai sequestri preventivi di beni immobili, quote sociali, disponibilità finanziarie e a ordinanze di amministrazione giudiziaria nei confronti di società operanti nel settore della grande distribuzione, della vigilanza e sicurezza privata.

In particolare, la sezione autonoma Misure di Prevenzione del Tribunale di Milano, ha ordinato ai sensi del codice antimafia l’amministrazione giudiziaria dei beni connessi ad attività economiche nei confronti della Lidl Italia Srl, con riferimento alle Direzioni Regionali di Volpiano (TO), Biandrate (NO), Somaglia (LO) e Misterbianco (CT), che amministrano complessivamente 218 filiali.

Il Gip ha disposto invece il sequestro preventivo delle quote di 10 società e cooperative riconducibili al “gruppo Sigilog” di Cinisello Balsamo (operanti nel settore della logistica, del facchinaggio e dei servizi alle imprese, alle cui dipendenze risultano circa 190 dipendenti) nonché di  3 beni immobili, oggetto di intestazione fittizia.

Emesso anche un decreto di fissazione di udienza al fine di decidere sulla nomina di un commissario giudiziale per la durata di 1 anno, nei confronti di 5 società riconducibili alla “Securpolice Group scarl” di Cinisello Balsamo (operanti nel settore della sicurezza e della vigilanza, alle cui dipendenze risultano circa 600 dipendenti). La Dda di Milano ha disposto infine il sequestro di disponibilità finanziarie per un importo per equivalente di oltre 2,5 milioni di euro, derivante da reati di natura fiscale.

Le indagini della Dda, avviate nel giugno 2015 e condotte dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Varese e dalla Squadra Mobile della Questura di Milano, hanno consentito di individuare l’operatività di un’associazione, prevalentemente composta da imprenditori attivi, anche attraverso prestanome, nei servizi di vigilanza, sicurezza, cortesia e logistica.

Nel mirino degli investigatori, la famiglia mafiosa dei Laudani che è riuscita, attraverso una serie di società e cooperative riconducibili al gruppo Sigilog di Cinisello Balsamo e facenti capo a diversi imprenditori – tra i quali Luigi Alecci, Giacomo Politi, Emanuele Micelotta e i Alessandro e Nicola Fazio, a infiltrarsi nel tessuto economico lombardo.

Imprenditori che sarebbero collegati a Orazio Salvatore Di Mauro, 51 anni, soprannominato “Turi u biondo”, organico dei “Mussi i figurini” rimasto coinvolto nell’operazione “Viceré” che nel febbraio del 2016 ha azzerato il clan guidato dal “patriarca”, Sebastiano Laudani.

Secondo gli investigatoti Alecci è “la figura di riferimento del sodalizio, in grado di gestire e mediare i rapporti tra gli imprenditori con i quali è in affari, mentre i fratelli Fazio, su sollecitazione dello stesso Alecci, di Politi e di Micelotta, concorrono ad inviare, per il tramite dell’affiliato Enrico Borzì, somme di denaro contante in Sicilia destinate al sostentamento economico delle famiglie dei detenuti appartenenti alla famiglia mafiosa “Laudani”.

I fratelli Fazio sono imprenditori che operano nel campo della vigilanza e della sicurezza, attraverso diverse società della “Securpolice Group scarl” di Cinisello Balsamo e forniscono numerosi servizi a favore di strutture pubbliche e private, in particolare presso catene di supermercati su tutto il territorio nazionale.

Le dazioni di denaro a esponenti della famiglia Laudani, in particolare quelle riconducibili ai fratelli Fazio, sono funzionali ad ottenere commesse ed appalti in Sicilia dalla Lidl Italia srl, garantendo così il monopolio e la cogestione del settore nonché veicolando il reclutamento del personale da assumere.

Il denaro, grazie alla connivenza di un professionista, Attilio Alfonso Parlagreco, sarebbe stato monetizzato attraverso società riconducibili anche a prestanome – tra i principali, Alberto Monteverde,  Vincenzo Strazzulla, Vincenzo Greco, Antonino Ferraro e  Rosario Spoto – e proviene da diverse attività illecite (emissione di fatture per operazioni inesistenti ad oggi quantificate in oltre 2,5 milioni di euro, omessa dichiarazione ed omesso versamento IVA).

Denaro destinato, secondo gli investigatori, anche a finanziare attività di corruttela di amministratori di enti pubblici e di dirigenti della Lidl Italia srl, quale Simone Suriano, al fine di assicurarsi l’assegnazione dei lavori di restyling e rifacimento delle filiali di quest’ultima società, mediamente per un importo di circa 3 milioni di euro annuali.

L’attività di penetrazione nei pubblici appalti, in particolare quelli assegnati con affidamento diretto, gestiti dalla dottoressa  Giovanna Rosaria Maria Afrone (Responsabile del Servizio Gestione Contratti Trasversali con Convenzioni Centrali di Committenza del Comune di Milano), è avvenuta grazie alle illecite influenze di due ex dipendenti pubblici, Orazio Elia (settore ospedaliero) e Domenico Palmieri, (Provincia di Milano), quest’ultimo tuttora sindacalista con delega al rapporto con le istituzioni e “stipendiato” mensilmente dal sodalizio criminale.

Secondo il gip di Milano, esisteva uno “stabile asservimento di dirigenti Lidl Italia srl, preposti all’assegnazione degli appalti, onde ottenere l’assegnazione delle commesse, a favore delle imprese controllate dagli associati, in spregio alle regole della concorrenza con grave nocumento per il patrimonio delle società appaltante”.

Gli ambiti entro cui sarebbero maturati i contatti con esponenti delle cosche sono, spiega il Gip, quelli “dell’organizzazione della logistica presso i magazzini ove è custodita la merce di natura non alimentare, l’allestimento di nuovi supermercati, il rifacimento di negozi preesistenti, le manutenzioni periodiche o le riparazioni occorrenti in caso di guasti improvvisi e di altri eventi accidentali”.

Nel mirino degli investigatori della Dda ci sarebbero anche alcune società del consorzio che ha in appalto la vigilanza privata del Tribunale di Milano, si tratterebbe di società che forniscono i vigilantes del Palazzo di giustizia. La società è indagata per la legge 231.

“Lidl Italia si dichiara completamente estranea a quanto diffuso in data odierna dai principali media in relazione all’operazione gestita dalla Dda”: è quanto dichiara, in una nota, la società.

“L’azienda, che è venuta a conoscenza della vicenda in data odierna da parte degli organi inquirenti – viene sottolineato nel comunicato – si è resa da subito a completa disposizione delle autorità competenti, al fine di agevolare le indagini e fare chiarezza quanto prima sull’accaduto. Lidl Italia precisa, inoltre, che l’azienda non risulta indagata e non vi sono sequestri in atto”.

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