Mafia e rifiuti: il lido “Le Piramidi” per riciclare i soldi che puzzano

L’operazione di Carabinieri e Guardia di Finanza ha scoperchiato un intreccio di interessi tra Cosa Nostra, imprenditoria e alcuni funzionari Regionali

 

CATANIA – Un intreccio di interessi criminali e connivenze istituzionali che avrebbe permesso speculazioni di Cosa Nostra nel campo del trattamento dei rifiuti. È questo il quadro che emerge dall’operazione “Piramidi”, il cui nome richiama da vicino quello di un noto stabilimento balneare catanese – “Le Piramidi” appunto – di cui la Guardia di Finanza ha provveduto a sequestrare le quote nelle disponibilità di Paratore Antonio, classe 1947, e Paratore Carmelo, classe 1981, accusati di essere a capo di “un complesso sistema aziendale” tra cui una discarica per rifiuti pericolosi e un impianto per il loro trattamento – la Cisma Ambiente spa – dove grazie alla collaborazione di funzionari della Regione Siciliana avrebbero gestito illecitamente tonnellate di rifiuti realizzando ingenti guadagni a scapito dell’ambiente e della Legge.

“MUNNIZZA” E AFFARI – Una vicenda emblematica dei rapporti di potere nella nostra Regione: “Purtroppo situazioni di questo tipo non sono isolate – ha sottolineato in conferenza stampa il Procuratore Carmelo Zuccaro – in questo caso si è trattato di rapporti tra Cosa Nostra e funzionari della Regione i quali hanno asservito i loro pubblici poteri a società private”.

Nell’ambito dell’operazione sono stati arrestati o fatti oggetto di provvedimenti di custodia cautelare quattordici persone: oltre ai Paratore, si tratta di Salvatore Grillo, classe 1970, Francesco Verderame, classe 1954, Gianfranco Cannova, classe 1958, Salvatore Salafia, classe 1959, Simone Giuseppe Piazza, classe 1986, Salvatore D’Amico, classe 1971, Agata Di Stefano, classe 1982, Antonino Di Vincenzo, classe 1977, Maurizio Cottone, classe 1975, Giuseppe Amara, classe 1968, Giovanni Amara, classe 1973 e Mauro Verace classe 1957. Agli arrestati vengono contestati, a vario titolo, i reati di traffico illecito di rifiuti, estorsione e rapina, commessi con il metodo mafioso, usura, corruzione, falso in atto pubblico e traffico di influenze illecite.

Tra costoro i funzionari regionali – Verace e Cannova – e comunali – Salafia – che secondo gli inquirenti avrebbero “fornito il proprio contributo criminale, omettendo per anni di attivarsi, sebbene informati dagli organi di controllo della condotta della Cisma che all’interno del sito di discarica operava in assoluto disprezzo dei provvedimenti autorizzativi e della normativa ambientale”. Cannova è ricordato per essere stato arrestato nell’ambito di una precedente inchiesta sempre nel campo dei rifiuti: il funzionario era stato accusato di essere stato il mediatore tra gli uffici regionali e la Oikos di Domenico Proto. Una mediazione che avrebbe permesso l’allargamento della discarica ormai esaurita di contrada Tiritì, nel catanese, nella contigua contrada Valanghe d’inverno.

IL SISTEMA “PIRAMIDI” A due mesi dai risultati dell’operazione “Penelope”, che aveva portato all’arresto, tra gli altri, di Giuseppe Guglielmino, imprenditore catanese operante nel settore rifiuti, la Procura di Catania torna quindi a colpire gli affari d’oro di Cosa Nostra sulla munnizza siciliana. Proprio di Cosa Nostra, in quanto i Paratore, oltre ad appartenere personalmente all’associazione mafiosa, avrebbero agito da prestanome del boss Maurizio Zuccaro. Al centro dell’indagine proprio la Cisma, società con sede operativa a Melilli il cui azionariato era riconducibile tramite diverse azienda alla famiglia Paratore. La società avrebbe trattato i rifiuti nel più totale disprezzo dell’ambiente, fruttando alla mafia profitti e continuativi nel tempo.

Abbiamo aggredito il braccio economico-imprenditoriale di Cosa Nostra – ha detto in conferenza stampa il Comandante Provinciale dei Carabinieri Vincenzo Gargaro – che attraverso la gestione illecita dello smaltimento e del trattamento dei rifiuti ha accumulato ingenti capitali poi reinvestiti in altre attività illecite tra cui proprio la gestione del lido ‘Le Piramidi’ alla Playa”.

Il “sistema Piramidi” si sarebbe realizzato attraverso il trattamento di grosse quantità di rifiuti speciali e pericolosi che la Cisma non sarebbe stata in alcun modo autorizzata a trattare. Parte di questi rifiuti venivano trasferiti ad una seconda società, la Gespi srl dei fratelli Amara – finiti entrambi ai domiciliari – per essere bruciati e successivamente restituiti “declassificati” alla Cisma che avrebbe proceduto allo smaltimento. Evadendo poi il vincolo di tutela posto dalla Conferenza Stato-Regioni, per cui la Provincia di Siracusa avrebbe potuto trattare solo rifiuti “indigeni” in quanto già gravata dal Polo Petrolchimico – la Cisma avrebbe ricevuto rifiuti provenienti dal nord Italia e persino migliaia di tonnellate di materiale proveniente dall’ILVA di Taranto.

Il famoso polverino il cui arrivo a Catania era stato denunciato dalle associazioni ambientaliste. “Tutto ciò è stato possibile soltanto grazie alla complicità di alcune persone negli uffici regionali – ha ribadito il comandante Gargano – che da una parte restavano inattive di fronte ai controlli degli organi periferici e dall’altro avvallavano direttamente le richieste della Cisma”. Un sistema di connivenze che sarebbe stato osteggiato da funzionari integerrimi in seno agli uffici regionali, tra cui i dirigenti Marco Lupo e Antonio Patella. Nel corso dell’operazione sono state sequestrate dal GICO della Guardia di Finanza, oltre alle quote dei Paratore del Lido “Le Piramidi”, le partecipazioni dei medesimi nella Cisma Ambiente spa, nella Paradivi Servizi srl e nella Siram srl, oltre che le quote riconducibili ai fratelli amara nella società Gespi Srl, per un importo complessivo di circa 50 milioni di euro.

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