MetaCometa, famiglia di famiglie per scrivere il futuro dell’accoglienza

Ogni domenica una storia diversa, per dare spazio a quanto di bello c’è in Sicilia

La nuova rubrica di Tribù parte con l’associazione MetaCometa Onlus.
L’abbiamo voluta chiamare “La foresta che cresce” ed è nuovo progetto, un progetto bello. Lo avevamo promesso il primo di gennaio, con il nostro editoriale sui “Siciliani dell’anno”: scriviamo di inchiesta, di abusi, di magagne e brutture, ma non vogliamo credere che la Sicilia sia solo questo.
Anzi. Siamo certi che la Sicilia non sia solo questo.

La Sicilia è terra di cuori grandi e di impegno sociale, di integrazione e di accoglienza. È di queste realtà – che esistono, vivono e camminano sulle gambe di uomini normali – che Tribù parlerà ogni domenica. Per dare spazio al bello che c’è e che solo se conosciuto e sostenuto potrà diventare futuro.

Lucia Murabito

 

 

GIARRE (CATANIA) – Storia che riscalda il cuore, quella dell’Associazione MetaCometa.

Sentiamo spesso parlare di ragazze madri, violenza sui minori, di telefono azzurro, di assistenti sociali, di tribunale dei minori. ma la domanda è poi che succede?

Poi arrivano loro. Amano definirsi “una famiglia di famiglie”. Il gruppo MetaCometa nasce sotto l’impulso di Salvatore Adamo, presidente dell’associazione, e di sua moglie Linda che per primi hanno aperto le porte della loro casa e “allargato” la loro famiglia.

Da quel dicembre del 1998,  questa comunità di persone, temprate da varie esperienze di fede e di volontariato, ha dato vita alle Comunità Familiari di Accoglienza (CFA): piccole strutture residenziali in seno a un nucleo familiare che ospitano quattro o cinque minori, ma non solo. Sì, perché i “figli” restano “figli” fino a quando non saranno autonomi e in grado di camminare con le loro gambe. Anche se hanno raggiunto la maggiore età. In quale famiglia non è così?

La cosa bella? La novità? È proprio lo stile. Così come ci racconta Salvatore. Gli operatori, i genitori affidatari, sono chiamati ad assumere funzioni genitoriali e a convivere a tempo pieno e in spirito di famiglia con i ragazzi accolti.

“Il progetto – ci sottolinea – trae ispirazione e modelli operativi dalla tradizione educativa salesiana, facendo propria la scelta metodologica dell’animazione e avendo come riferimento educativo il Sistema Preventivo di San Giovanni  Bosco”.

La sfida? “Fare in modo che i minori accolti vivano la realtà familiare in modo intenso, come parte integrante della famiglia, anche se per un periodo ristretto. Sono e li sentiamo figli nostri“.

Ogni singola realtà, come Adamo tiene a sottolineare, è quindi non solo una casa.

È un luogo di vita , di espressione e di relazione fraterna dove chiunque si trova a suo agio nella reciprocità dell’accoglienza. È una famiglia, dove ci si accoglie e ci si sostiene a vicenda, dove ci si vuole bene e ci si perdona, dove ognuno scopre il significato vero della sua esistenza”.

La luce che sprigionano gli occhi di questi operatori è travolgente: viene voglia di seguirli, di spendersi, di entrare con loro a far parte di quella grande famiglia di famiglie.

“Certo le difficoltà sono tante – continua Salvatore – ma come in ogni famiglia anche noi facciamo i conti con problemi di vario genere (caratteriali, economici, di spazio) e come famiglia li affrontiamo, con in più la certezza e la forza di non essere soli e di essere con le altre comunità famiglia”.

“L’arrivo nella nostra associazione, per i  ragazzi a noi affidati, è un nuovo punto di partenza, il passato non esiste più, da quell’incontro si scrive una nuova vita” conclude.

Per questo motivo, i neo genitori, chiedono ai ragazzi impegno per il loro vero riscatto che sia attraverso lo studio o il lavoro.

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