Muore il boss Laudani, niente funerali pubblici

Il “patriarca” dei “Mussu ‘i ficurinia” è deceduto a 91 anni per cause naturali. Le esequie celebrate in forme privata nella cappella cimiteriale 

Laudani

CATANIA – Morte naturale nel letto di casa e niente funerali per Sebastiano Laudani, il “patriarca” ormai 91enne dei “Mussi ri figurina” (labbra di fico d’india), uno dei clan mafiosi più strutturati operanti in provincia di Catania.

A darne notizia è uno scarno comunicato della Polizia con cui si rende noto che il questore di Catania, Giuseppe Gualtieri, ha adottato il provvedimento di divieto di funerali pubblici per il vecchio boss, disponendo che le  esequie fossero celebrate alle prime luci mattutine, in forma privata, presso la Cappella Cimiteriale, senza corteo o manifestazioni esterne di alcun tipo.

Laudani, da tempo agli arresti domiciliari, vista la sua veneranda età, è stato diverse volte colpito da provvedimenti giudiziari e condannato per gravi reati, segnatamente associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidio ed estorsione.

La storia dei Laudani parte negli anni Sessanta da San Cristoforo. Nel popolare quartiere nel cuore di Catania, la famiglia, si occupa di allevamento di capre. Con il tempo il clan si impadronisce progressivamente del business del mercato clandestino della carne, rilevando macellerie e allevamenti nella zona nord dell’hinterland catanese, scegliendo come sua base operativa il quartiere catanese di Canalicchio e i paesi di San Gregorio e San Giovanni La Punta.

A lungo gli investigatori, hanno definito il clan un “gruppo esterno” a Cosa nostra catanese, come hanno raccontato diversi pentiti, tra cui Antonio Calderone, fratello del boss Giuseppe. Questa “indipendenza criminale” però non ha impedito ai “Mussi ri ficurinia” di stringere negli anni Ottanta un’alleanza con Cosa nostra catanese divenendo di fatto il braccio armato di Nitto Santapaola.

Sono gli anni in cui la famiglia raggiunge e consolida un ampio e strutturato potere militare ed economico, derivato da una incontrastata forza intimidatoria, che trova nella commissione di numerosi omicidi, atti di violenza e minacce la sua forza propulsiva, riuscendo così a imporre la sua leadership. I proventi delle molteplici e variegate attività illecite – estorsioni, rapine, traffico di stupefacenti e usura, vengono reinvestite per espandere ulteriormente il dominio del clan guidato da Sebastiano Laudani nel territorio etneo, l’acquisto di attività commerciali ed edili, terreni e allevamenti.

Neanche il primo arresto del “patriarca” nel 1989 frena l’ascesa o indebolisce il clan, la cui guida passa nelle mani del figlio Gaetano, che verrà ucciso nel 1992 nella sua macelleria nel quartiere Canalicchio. Il primo vero colpo i “Mussi” lo subiscono l’11 settembre 1991 con l’operazione “Fico d’India”. Il processo a 113 presunti affiliati si conclude con 28 sentenze di ergastolo, 202 milioni di multe e 11 assoluzioni.

Dopo l’omicidio di Gaetano, il “patriarca” affida la direzione del clan al nipote Alberto Caruso. Sono anni di spaventosa ferocia da parte della famiglia, che si rende protagonista di alcuni dei crimini più gravi che hanno avuto luogo nella provincia di Catania: l’attentato del 18 Settembre 1993 con un autobomba entro la quale erano posizionati 30 chili di esplosivo, davanti la caserma dei carabinieri di Gravina di Catania, dove rimangono feriti quattro militari; l’omicidio dell’agente di polizia penitenziaria Luigi Bodenza il 24 Marzo 1994; l’assassinio dell’avvocato penalista Serafino Famà il 9 Novembre 1995.

Dal 1999, la direzione del clan passa nelle mani nel nipote prediletto di Sebastiano, Giuseppe Laudani, che però qualche anno dopo salta il fosso e si pente. Le sue dichiarazioni sono confluite in un atto d’accusa culminate nel febbraio dell’anno scorso nel maxi blitz “Viceré” che ha portato in carcere decine di affiliati, azzerando il clan. Che oggi resta “orfano” del vecchio “patriarca”.

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