Operazione “Docks”, la guerra nel clan per il controllo dello spaccio

I retroscena del maxi blitz che ha sgominato il gruppo mafioso di San Giovanni Galermo, affiliato ai “Santapaola-Ercolano”

spaccio

CATANIA – Un introito di 40 mila euro settimanali che faceva gola a tanti. Soldi freschi che hanno scatenato una lotta intestina per il predominio del clan che gestiva lo spaccio di stupefacenti nel quartiere di San Giovanni Galermo. Ed è proprio da un episodio legato all’acquisizione della leadership del gruppo che nel 2014 sono partite le indagini del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Gravina di Catania, culminate nel blitz di oggi che ha smantellato l’organizzazione affiliata al clan mafioso “Santapaola-Ercolano”, attivo nel capoluogo e con ramificazioni in tutta la provincia di Catania.

E’ il 15 maggio del 2013, quando Vincenzo Mirenda e suo fratello Arturo (nella foto) insieme ad un altro esponente del clan si mettono alla caccia di Vittorio Benito Fiorenza allo scopo di ucciderlo. Non trovandolo si recano nella sua casa minacciando con una pistola i suoi familiari.

Grazie anche alle intercettazioni sui fratelli Mirenda gli investigatori hanno fatto luce sull’organizzazione criminale e sul gruppo di spacciatori che, capeggiati da Alessandro Palermo, si occupavano dell’acquisto di ingenti partita di droga destinate allo spaccio nelle piazze dei comuni dell’hinterland nord della provincia per il tramite di pusher locali.

Le intercettazioni hanno consentito di individuare l’alternanza delle figure apicali a seguito degli arresti fino all’ultimo leader, Francesco Lucio Motta, che dopo l’arresto di Vincenzo Guzzetta, detto “Enzo il biondo”, si era posto prima agli ordini di Salvatore Fiore, “Turi ciuri” e, dopo l’arresto di questo, alle dipendenze di Salvatore Gurreri, “il puffo”, ed infine sotto Vincenzo Mirenda, “Enzo patata”.

Salvatore Fiore è considerato una figura di spicco in seno al clan mafioso di riferimento, anche dopo il suo arresto avvenuto ad aprile del 2013, nell’ambito dell’operazione Fiori Bianchi 2. Dalle indagini è emerso che i contrasti per l’acquisizione della leadership del gruppo mafioso abbiano visto tra i protagonisti gli stessi fratelli Mirenda, con Arturo che ha tentato di scalzare il fratello Vincenzo cercando l’appoggio di Salvatore Fiore, con la moglie di quest’ultimo che fungeva da messaggera durante i colloqui in carcere.

L’indagine ha consentito, secondo la Procura, di accertare la responsabilità delle persone arrestate anche in relazione all’appartenenza al “gruppo” della famiglia di Cosa Nostra catanese, inizialmente capeggiata da Salvatore Gurrieri, che, dai domiciliari, dirigeva dirigeva le attività illecite grazie ai fratelli Mirenda, Vincenzo, Arturo ma anche Angelo. L’inchiesta ha anche ricostruito le posizioni degli affiliati nell’ambito del clan e gli affari nei settori delle estorsioni e rapine ai danni di imprenditori e commercianti, e del traffico di sostanze stupefacenti.

Nell’operazione partita scattata poco dopo le 4, sono stati impiegati oltre duecento Carabinieri del Comando Provinciale di Catania, supportati dai reparti specializzati (Compagnia di Intervento Operativo del XII Battaglione “Sicilia”, Nuclei Cinofili ed Elicotteri).

 

 

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