“Non ti preoccupare che gli spacchiamo la testa”: Pantellaro & C truffavano così le assicurazioni

L’operazione “Road Accident” della Squadra Mobile di Catania ha scoperchiato un’associazione a delinquere finalizzata alla truffa in danno di compagni e assicurative e corruzione in atti giudiziari. 64 gli indagati

CATANIA – “Un’indagine serrata, che ha fatto luce su una vera e propria associazione a delinquere”. Descrive così il Procuratore Carmelo Zuccaro i risultati dell’operazione “Road Accident” (“Incidente Stradale”) della Squadra Mobile di Catania, che nelle scorse ore ha portato all’esecuzione di sette misure cautelari per altrettanti soggetti accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa in danno di compagnie assicurative e corruzione in atti giudiziari. A finire in manette sono stati Giovanni Pantellaro, di 53 anni, pregiudicato, il figlio Gaetano, di 28, e il genero Alfio Ragusa, di 35. Agli arresti domiciliari è finito Giuseppe Alì, di 62, detto Zio Pippo, mentre per altri tre soggetti – Alessandro Fichera, di 43, Carmelo Moncada detto Melo, di 61, e Orazio Sapuppo detto Squalo, di 43 – il Gip ha disposto il divieto di dimora nel Comune di Catania. Le persone indagate sono complessivamente 64. 

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Un meccanismo consolidato, quello che permetteva al gruppo di denunciare falsi incidenti per intascare rimborsi assicurativi non dovuti. Come illustrato dagli inquirenti, l’operazione nasce dalle indagini su diverse aggressioni a medici in servizio presso alcuni Ospedali catanesi. “Il modus operandi del gruppo prevedeva l’avvicinamento di soggetti che si recavano al Pronto Soccorso lamentando delle lesioni compatibili in astratto con un incidente stradale – ha detto in conferenza stampa il Procuratore Zuccaro – inducendoli ad aderire al loro progetto criminoso e ponendo in essere tutta una serie di reati finalizzati ad ottenere da parte delle assicurazioni o del giudice di pace la liquidazione di una indennità”.

Come accertato dalle indagini della Mobile, guidata da Antonio Salvagoin almeno due casi il rifiuto del medico di certificare l’incidente stradale quale causa delle lesioni ha portato ad un’aggressione. Trova così una parziale spiegazione l’escalation di episodi di violenza avvenuti negli ultimi mesi nei Pronto Soccorso catanesi. 

Il gruppo aveva base nello studio “Infortunistica Stradale” di Angelo Ragusa, sequestrato nel corso dell’operazione. L’esercizio, riconducibile a Giovanni Pantellaro, era strategicamente situato di fronte all’ingresso del triage dell’Ospedale “Vittorio Emanuele”. Proprio il “Vittorio” era la struttura interessata dalla maggior parte dei 17 casi di truffa oggetto delle indagini, mentre in misura minore il gruppo avrebbe agito al “Garibaldi”. La collocazione dello studio di fronte al Pronto Soccorso consentiva di individuare facilmente i pazienti con lesioni attribuibili ad incidente stradale, permettendo al gruppo di “invitarli” a partecipare alla truffa.

Ragusa si occupava di istituire le pratiche relative ai finti incidenti stradali, simulando le conseguenze materiali degli inesistenti sinistri. Gaetano Pantellaro lo aiutava in queste incombenze curando anche i rapporti con il pubblico. Quanto a Stefano Alì, detto Zio Pippo, il suo compito consisteva nel rintracciare i “clienti” istruendoli su come comportarsi, ma anche nel procurare i testimoni dei finti sinistri qualora la cosa fosse finita in Tribunale. A collaborare con Alì, nel ruolo di “procacciatori”, erano Fichera, Moncada e Sapuppo, che si sarebbero occupati di vere e proprie ricognizioni nelle astanterie degli ospedali interessati per contattare i feriti plausibili di incidente.

Le truffe hanno fruttato al gruppo, nell’arco di un anno, proventi per un milione di euro. Alcuni risarcimenti sono stati superiori ai centomila euro. “Per noi non vi sono reati di serie a e serie b, per noi la legalità vale sempre – ha detto il Questore di Catania Giuseppe Gualtieri la violenza ai medici spesso fa parte non di un episodio di rabbia e insofferenza, come purtroppo talvolta accade, ma di una vera e propria strategia. Voglio sottolineare come la Questura, la Procura e le Forze dell’Ordine abbiano ormai assunto un approccio a 360° del fenomeno della criminalità. Tutto questo concorre alla vivibilità della nostra città e all’affermazione del diritto. Dietro reati che appaiono sciocchi, come le lite negli ospedali, possono esserci delle vere e proprie organizzazioni criminali”. 

LE INTERCETTAZIONI – Talvolta a chiedere di reiterare la truffa erano gli stessi responsabili dei falsi sinistri. “Ciao compare ascoltami, ti volevo chiedere un’informazione, ma allora, dato che io il conto l’ho pagato al ristorante, che un’altra mangiata me la posso fare o no?”, chiedeva uno degli indagati ad Angelo Ragusa. La “mangiata”, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sarebbe stato il falso sinistro già liquidato dalle assicurazioni. Il soggetto si propone quindi per un’altra truffa, negata prudenzialmente da Ragusa. “Per me no? … cioè è presto?” chiede ancora il “responsabile”. “Ancora è troppo presto”, conferma Ragusa. “No… è giusto che io ti chiedo… va bene allora vediamo poi che faccio, se mai mi faccio sentire io”, replica l’interlocutore. 

GUARDA IL VIDEO DELLE INTERCETTAZIONI

Un’altra intercettazione fa emergere poi come  il gruppo fosse in grado alla bisogna di ricorrere alla violenza: “Ciao Angioletto, non lo hai rintracciato a quello, non è vero? Ma l’ho rintracciato io…”, dice Gaetano Pantellaro ad un procacciatore. “Non ti preoccupare che gli spacco la testa… tranquillo…”, risponde quest’ultimo. “Perché già come mi ha risposto per telefono, mi ha fatto un po’ antipatia… Salgo là a Sant’Alfio e gli spacco la testa… – minaccia Pantellaro – lo faccio mettere a pregare il Santo di là. Perché mi sta dicendo ora… di colpo a colpo mi ha detto che ha la macchina guasta, con il cambio rotto… ieri mi ha detto nulla, né tuo cognato”. 

Gaetano aggiunge altre minacce. “Ora gli do a lui un settimana di tempo… appena lui in questa settimana di tempo non risolve tutte cose, scende o allora ci salgo io… glielo puoi dire dritto, dritto… e poi fra lo scemo… Possibilmente non ci conosce”. “No, lo ammazzo di botte, proprio, lo faccio nero… e te lo porto io”, lo tranquillizza il “procacciatore”. 

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