Parla, perché il silenzio è dei colpevoli

Se si continuerà a tacere, a sopportare il disgustoso agire degli impresentabili, finirà che il prezzo lo pagheranno sempre i giusti

Silenzio

“Parla, perché il silenzio è dei colpevoli”, recita il testo di una canzone di Caparezza.

Parole che si possono ben riferire alla politica italiana, e segnatamente a quella siciliana, quando l’ennesimo scandalo la attinge.

Tutti in silenzio, un silenzio di omertà, mutuando l’uso e costume mafioso. Ovvero un silenzio declinato secondo la derivazione etimologica del termine, che si vuol far discendere dal siciliano “omo” a voler intendere l’omertà come virilità, come caratteristica dell’uomo cosiddetto d’onore.

E non è solo il silenzio della politica ad impressionare – quasi che non ve ne sia uno, dico uno, di politico, che possa alzarsi per distinguersi dalla fogna – ma preoccupa, e di più, il silenzio di tanti cittadini comuni che piuttosto che rassegnati sembrano come mitridatizzati contro il veleno, che paralizza loro la lingua, gli cuce la bocca, li rende muti.

Peppino Impastato ripeteva che la mafia uccide ed il silenzio pure”, ed aveva ragione.

Nella pellicola che Faenza dedica al beato don Puglisi c’è una scena che meglio di altre rende l’idea di questa nostra società capovolta persino rispetto al sacro, quando don Puglisi chiede a dei bambini chi si ricordi cosa dica l’ottavo comandamento, e uno dei bimbi risponde: “Non testimoniare”.

E’ quanto sta accadendo ancora in questi giorni alla notizia dell’ultima indagine della Procura di Palermo sul malaffare siciliano.

Non si vuole entrare nelle singole contestazioni penali poiché non se ne conoscono gli atti, ma quanto si apprende dai media dovrebbe bastare a fare urlare, al di la della rilevanza penale dei fatti stessi.

Rolex regalati, parenti ed amici assunti, vacanze gratis, pranzi e cene offerti come fossero bicchieri d’acqua, persino i biglietti dell’aliscafo gratuiti, che non sia mai che il politico di turno non possa permettersi di pagarselo.

In una terra affamata, anzi stremata, ce ne sarebbe abbastanza per sfondare le porte di quei Palazzi, in cui comodamente si rintanano, e prenderli a calci nel sedere.

Ed invece no, alcuni di costoro possono permettersi persino di non ritirarsi dalla corsa a sindaco, per esempio a Trapani, certi come sono che i loro consensi  non derivino dall’aver operato onestamente.

C’è, dunque, un problema serio che rende questo nostro popolo non meno responsabile dei rappresentanti che si è scelto.

Ha ragione Pif quando afferma che non si può piangere Falcone il 23 maggio e poi all’indomani votare per questa gentaglia. No, non si può.

Ciascuno di noi deve fare – come ha chiesto ieri il Presidente Mattarella commemorando la strage di Capaci –, ciascuno nel proprio piccolo ma manifestando la propria onestà.

Quando ho assunto la responsabilità dell’esattoria siciliana mi sono ricordato, tra le altre cose, delle parole durissime di Sciascia che denunciava: È inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come costui: non ci saranno mai prove sufficienti, il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre. Bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i vicini di casa della famiglia, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso”.

Quanto sia stata dura è noto a tutti, ma si può fare, si deve fare.

Se si continuerà a tacere, a sopportare il disgustoso agire di questi impresentabili, finirà che il prezzo lo pagheranno sempre i giusti, colpevoli di quell’inedito reato che Marco Travaglio efficacemente ha chiamato il “concorso esterno nell’onestà”.

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