Problemi economici alla base della violenza: ecco la genesi delle “tragedie” in famiglia

Caino e Abele – olio su tela

Lo so, al solo sentir nominare la sociologia o la psicologia sociale, vi viene una barba che neanche Rasputin. Eppure, a leggerne qualcosa anche solo per saperne parlare, si acquisiscono chiavi di lettura del sociale di gran lunga più pertinenti rispetto a quelle che si conseguono guardando Pomeriggio 5.

Si esce dagli alberi, per così dire, per dare un’occhiata alla foresta nel suo insieme. E magari si arriva a capire quando un evento di cronaca si trasforma in un problema sociale e perché. Facciamo un esempio, così è più semplice. La stampa e la televisione, soprattutto quest’ultima, in verità, hanno sviluppato la morbosa tendenza ad occuparsi di alcuni fatti di cronaca con una attenzione ossessiva e patologica per il “caso”. Ve lo ricordate, il “caso” di Sara Scazzi? E quello di Loris? Intere trasmissioni, ore di chiacchiere infondate, improbabili profiler ospiti in studio, frotte di reporter e giornalisti alla ricerca del dettaglio sempre più macabro, sempre più sensazionale: la foto del garage, l’intervista col vicino, le oscene domande ai parenti (“Cosa prova, come si sente?”).

Conosco persone che padroneggiano i dettagli dei fatti di cronaca nera meglio degli inquirenti che fanno le indagini: sanno dei segni sul corpo, degli spostamenti della vittima, e altri simili raccapriccianti dettagli. Sono maniacali spettatori di programmi che vanno da Chi l’ha visto a Crimini del cuore. E non importa se le storie che vengono raccontate siano reali, come nel primo caso, o frutto della penna di abili sceneggiatori, come nel secondo. Dalle comode profondità del proprio divano, un certo tipo di italiano s’immerge nei sordidi dettagli di un omicidio e si sente Gil Grissom di CSI pure se da trent’anni fa l’impiegato dell’ufficio anagrafe di Poggibonsi e la cosa più raccapricciante che ha visto è un doppio cognome.

Uomini e donne si sentono attratti da questo genere di trasmissioni per una sorta di osmosi emotiva con la vittima o addirittura con l’aggressore, nel corso delle indagini cercano di “scoprire il colpevole” come in un libro di Agatha Christie. La televisione ha tolto profondità agli eventi tragici, ha mischiato la fiction alla cronaca e lo spettatore medio ha perso la capacità di discernere il reale dal costruito sul set. E’ il motivo per cui, per “fare sensazione”, è necessario pescare in acque sempre più torbide, ricercare il dettaglio sempre più macabro.

Adesso, però, facciamo quel famoso passo indietro, o anche più di uno. E usciamo dal folto degli alberi per dare un’occhiata alla foresta. E possiamo farlo coi numeri, comparandoli e tentando di trarne una regola. Si chiama statistica. E la statistica ci dice che, dai tempi di Caino e Abele, certe scaramucce familiari sono sempre esistite, e sono sempre finite male. Però la statistica ci insegna anche a guardare l’andamento temporale di certi fenomeni. Tanto per dire, il tasso annuo di suicidi negli Stati Uniti è più o meno stabile. Poi però ci sono alcuni momenti storici in cui il tasso dei suicidi si impenna. Quando? Ecco cosa interessa al sociologo, allo psicologo sociale: in concomitanza di quali avvenimenti aumenta il tasso di suicidi in un determinato paese? Si fanno ipotesi e si verifica empiricamente se esiste o meno una correlazione statistica. Negli Stati Uniti, il suicidio è correlato alle crisi economiche: la correlazione è salita in maniera significativa durante gli anni della Grande Depressione come nella crisi del 2008.

Sicché, esistono alcuni eventi che interessano la società nel suo complesso, che influenzano l’andamento di altri eventi. Che, sia chiaro, esistono anche a prescindere, ma aumentano in determinati momenti.

Medea nell’interpretazione di Maria Callas

Negli ultimi anni si è concentrata l’attenzione su alcuni fenomeni sociali quali il parricidio (termine che si utilizza tanto per definire l’uccisione del proprio padre quanto l’uccisione del proprio figlio) e il cosiddetto femminicidio. Non si tratta di semplici omicidi. Facciamo un esempio: l’omicidio di una donna in seguito ad una rapina, per esempio non è un femminicidio. Nella stessa situazione, sarebbe stato ucciso anche un uomo. Si parla di femminicidio quando la vittima viene assassinata proprio perché donna. E nella quasi totalità dei casi il femminicidio avviene per gelosia, per ossessione, perché non si riesce ad elaborare la perdita in seguito a una rottura. Così come l’assassinio del proprio figlio: per un eccesso di amore malato, per una distorsione nella percezione della realtà, per una sorta di egotismo distorto.

In entrambi i casi quello che salta all’occhio è che nei casi di parricidio e di femminicidio, le donne e i bambini non sono percepiti come individui ma come proprietà dell’assassino. Da un punto di vista psicologico, sono oggetti. Vivono perché funzionali all’ego dell’uomo o del padre o della madre. Quando diventano frustranti per l’ego, devono essere eliminati, soppressi, uccisi. Ma quando accade?

In psicoanalisi c’è un meccanismo che si chiama regressione. Ci sottostiamo tutti. Tanto per dire, quando ci ammaliamo regrediamo un po’ tutti all’infanzia. E’ normale, perfino sano. La regressione implica, però, un minor controllo di quelle che, sempre la psicoanalisi, definisce pulsioni. E, tra le pulsioni, è annoverata anche l’aggressività. L’aggressività ha una funzione biologica essenziale, quella di proteggere la prole da possibili predatori. Ma, come qualunque pulsione, può sfuggire al controllo.

Esiste anche una regressione sociale, correlata ovviamente a determinati accadimenti storici. Quando aumentano le escalation di violenza nei confronti delle donne e dei bambini? Pare superfluo dirlo, ma è durante i periodi di crisi economica. La destabilizzazione dell’individuo, il mancato soddisfacimento dei bisogni primari (bisogno di nutrirsi, di sopravvivere e di sentirsi al sicuro), generano frustrazione e aumento dell’aggressività. E il controllo delle pulsioni diventa difficile. L’aggressività può dirigersi verso se stessi (col conseguente aumento dei tassi di suicidio) oppure verso l’esterno, verso le persone più vicine e comunque più deboli, meno capaci di difendersi (col conseguente aumento di parricidi e femminicidi).

In quest’ottica, il problema non è più il singolo caso del marito che ammazza la moglie o della madre che strangola i figli. Il problema assume rilevanza sociale e va affrontato come fenomeno sociale, agendo quindi non solo sull’inasprimento delle pene (comunque auspicabile) ma sulla rimozione delle cause sociali che generano l’acuirsi esponenziale di certi avvenimenti. Con buona pace di Barbara D’Urso.

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