Setta degli orrori, la profezia dell’orco-scrittore

Nell’ultimo “romanzo” di Emanuele Giordano alias Pietro Capuana, la storia di un amore proibito tra una ragazzina minorenne e un uomo più grande 

ACI BONACCORSI (CATANIA) – “Si alzò un gran polverone allorché si diffuse la notizia di quello scandalo. La stampa accese i suoi potenti riflettori: esigeva ad ogni costo una vittima. Un mostro!”. Recita così un passo di “Pupazzi di stoppa”, uno degli ultimi romanzi dello scrittore etneo Emanuele Giordano. Sullo sfondo la vicenda di una minorenne che innamorandosi di un uomo più grande provoca senza volerlo la sua condanna per abusi sessuali. Una trama non troppo avvincente – e non troppo ben scritta – che meriterebbe scarso interesse se dietro lo pseudonimo di Giordano non si nascondesse Pietro Alfio Capuana, l'”arcangelo” dell’Associazione Cattolica Cultura e Ambiente di Aci Bonaccorsi finito in manette all’inizio del mese con l’accusa di aver abusato di diverse minorenni.

Il “guru” settantatreenne è finito in carcere, mentre per le “apostole” Rosaria Giuffrida, Fabiola Raciti e Katia Concetta Scarpignato sono scattati i domiciliari. Oggi il Tribunale del Riesame deciderà sulla richiesta di scarcerazione avanzata dai difensori degli arrestati. Per conoscere la verità processuale bisognerà attendere, ma le intercettazioni riportate dal Gip nell’ordinanza di custodia cautelare lasciano pochi dubbi su come si siano svolti i fatti. E sul contesto dell’Associazione “ACCA”, dove Capuana svolgeva il ruolo di guida mistica e capo carismatico. Ma l’orco coltivava anche velleità letterarie “sfogate” con il nome di Emanuele Giordano, come documentato da Meridionews e da diverse testimonianze. Ed è proprio in “Pupazzi di stoppa”, pubblicato nel 2016, che Capuana-Giordano descrive uno “scandalo” che ricorda per certi aspetti quello che avrebbe vissuto egli stesso un anno dopo.

Protagonista della storia una ragazza di sedici anni, Anastasia, sulla cui procacità l’autore spende diverse passaggi, descrivendo “il seno florido, le labbra carnose, il modo di camminare fluido e altero”,”le sue curve mozzafiato e le gambe affusolate”, nonché gli occhi “avidi” che scrutano l’uomo “con la chiara intenzione di sedurlo”. Ad essere catturato da tanta grazia è un uomo più grande, Marco, che sarà trascinato a letto cogliendo la verginità della ragazza. Un momento intenso che l’autore non trascura di descrivere: “Si baciarono e si accarezzarono in un crescendo infuocato di passione. Marco, notando che Anastasia serrava i denti, credette che fosse giunta al culmine del godimento. Però, dopo la furia dell’amplesso, si rese conto che per lei era stata la prima volta”. Una descrizione ai limiti del racconto erotico, tanto più sorprendente considerando che il libro è pubblicato direttamente dall’associazione cattolica guidata da Capuana, e verosimilmente diffuso all’interno della stessa.

Dopo la deflorazione di Anastasia la vicenda precipiterà fino all’accusa di violenza sessuale avanzata nei confronti di Marco. Ed è qui che l’autore rivela il proprio rovello sul tema della minore età e sulla sessualità di una creatura non più bambina ma non ancora donna. Capuana-Giordano vi torna a più riprese, a volte lasciando esprimere il concetto alla stessa protagonista: “Pure tu, come certi matusa, pensi che una donna possa essere tale soltanto quando ha compiuto i diciotto anni? – dice Anastasia a Marco – Guardami! Ti sembra il fisico di una bambina il mio?“. E ancora, alcune pagine dopo: “Pensa davvero che una minorenne non sia in grado di amare?”. Eppure alla fine Marco verrà imputato perché la ragazza ha solo sedici e “la legge doveva condannare chi aveva abusato di lei”. Una legge che trova severa interpretazione nell’arcigna assistente sociale Sonia Belfiore, che riuscirà a mandare l’uomo in galera: “Mi dispiace, avrebbe dovuto pensarci bene prima di violentare una minorenne! […] E’ giusto che lui paghi e che la legge venga osservata, è giusto restituire la dignità a quella povera ragazza”.

Dignità che Anastasia non crede di avere perduto, essendosi donata spontaneamente a Marco: “Ti desidero follemente, non posso stare senza di te!”, grida la ragazza. E un brivido corre lungo la schiena quando tornano in mente i bigliettini che secondo gli inquirenti Capuana e le “apostole” avrebbero fatto scrivere alle vittime degli abusi, con dichiarazioni di amore incondizionato all'”arcangelo” e assicurazioni che i rapporti consumati fossero graditi e desiderati. Impossibile dire se nel romanzo l’autore si immedesimi con il protagonista maschile, e se le frasi messe in bocca ad Anastasia siano le stesse che il “guru” desiderava sentirsi dire dalle vittime. Ma impressiona immaginare che le parole che leggiamo possano essere state scritte mentre l’uomo abusava delle ragazzine – alcune appena dodicenni – nell’orribile silenzio della setta.

“Solo indagando nei punti più oscuri di una mente malata si può trovare una risposta”. E’ ancora Capuana-Giordano a suggerire questa verità, l’ennesima profezia dell’ultimo romanzo dell'”arcangelo”. Nella storia Anastasia e Marco riusciranno a coronare il loro sogno d’amore e la malvagia assistente sociale troverà addirittura la morte nel bianco assassino di una tempesta di neve. Nella realtà, mentre il libro veniva pubblicato le denunce nei confronti del “guru” erano già partite e gli inquirenti lavoravano all’operazione che avrebbe condotto alcuni mesi dopo all’arresto dell’orco. A cui adesso non resta che sperare nel perdono teorizzato nel libro: “L’unica risposta al male è il perdono, segno di un bene superiore verso il prossimo che magari non si conosce, che ha bisogno di una parola buona, di un sorriso. Così soltanto il mondo potrà scrollarsi del male”.

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