Così Riina ammazzò il “Falco” Bontate

Nelle intercettazioni dei Ros particolari sul periodo precedente la seconda guerra di mafia. Quando l’allora Capo dei Capi di Cosa nostra venne fatto uccidere per ordine di Totò ‘u curtu

 

PALERMO – Un’elezione in piena regola, con tanto di comitato elettorale e propaganda a favore dei candidati. E’ il meccanismo di designazione dei reggenti delle famiglie di Cosa nostra svelato dalle indagini dei Ros, che nelle scorse ore hanno messo a segno l’operazione “Falco”, che ha sgominato il clan di Santa Maria di Gesù, uno dei più famigerati del palermitano.

Un blitz importante, non solo perché ha portato all’arresto di ventisette persone accusate di essere organiche alla famiglia. Ma anche perché per la prima volta gli inquirenti hanno acceso un faro sulla leggendaria “elezione” dei vertici di Cosa nostra. Un meccanismo noto da tempo, e ritenuto usuale per le famiglie mafiose siciliane. Fino a questo momento, però, gli investigatori avevano avuto notizie soltanto “di riflesso”,  nei racconti dei primi collaboratori di Giustizia degli anni Ottanta, in particolare da Tommaso Buscretta, Vincenzo Marsala, Salvatore Contorno e Francesco Marino Mannoia. 

Nel corso delle indagini che hanno portato al blitz odierno, i Ros sono riusciti a monitorare un incontro tenutosi nel settembre 2015 presso un ristorante palermitano, durante il quale erano stati formalizzati gli incarichi all’interno del clan. Sono presenti dodici “uomini d’onore” della famiglia, che procedono alla designazione attraverso l’elezione di cui sopra. Nel ruolo di reggente viene confermato il boss Giuseppe Greco, che corre senza avversari.

Greco ha già ricoperto l’incarico e viene dunque riconfermato nella reggenza, forte anche dell’appoggio degli affiliati più autorevoli, tra i quali Salvatore Profeta. Malgrado non ci sia nessuno a contendere la carica al boss, tutto si svolge secondo le regole. Dopo la propaganda si giunge alla vera e propria elezione. Gli uomini d’onore presenti alzano la mano per votare il candidato prescelto, facendone pubblicamente col nome: “Ad alzata di mano… per vedere l’amico”, si ascolta nelle intercettazioni captate dagli inquirenti. 

In passato, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, anche il ruolo di caopodecina sarebbe stato elettivo e lo scrutinio si sarebbe svolto con l’ausilio di vere e priori urne. Oggi, invece, elettivi sarebbero soltanto i ruoli di capofamiglia/reggente e consigliere, mentre i ranghi più bassi sarebbero nominati direttamente dal vertice. Il capofamiglia ha poi facoltà di  nominare collaboratori “speciali”, come nel caso di Antonino Profeta, scelto dal capofamiglia per in assenza di un incarico preciso. 

Ma le intercettazioni dei Ros hanno captato altre conversazioni interessanti, relative al periodo precedente la seconda guerra di mafia. Anche allora si tenevano elezioni, ma si trattava soltanto di una formalità. La carica di capofamiglia, infatti, restava sempre saldamente nelle mani di Stefano Bontate, allora Capo dei Capi di Cosa nostra, detto “il principe di Villagrazia”  o “il Falco”. Da quest’ultimo, esplicativo soprannome gli inquirenti hanno tratto il nome dell’indagine. 

Bontate sarebbe stato ucciso nel 1981 per ordine di Totò Riinamorto venerdì scorso all’età di ottantasette anni – scatenando la Seconda Guerra di mafia che avrebbe portato i cortonesi alla guida di Cosa nostra. Una guerra che gli arrestati nel blitz odierno definiscono vinta con il tradimento del boss, passati con i cortonesi. “Il generale non ne ha vinto mai guerra senza soldati” dice uno degli indagati dell’operazione “Falco”.

“Tutti siamo utili e nessuno è… indispensabile!”, proseguono le intercettazioni, a indicare come più del boss conti la famiglia e la sua capacitò di imporrei dentro e fiori di essa con la “legge del più forte”. Una legge che all’alba degli anni Ottanta, e per molti decenni a seguire, avrebbe avuto il volto del nuovo Capo dei Capi di Cosa nostra: Totò Riina. 

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nome *