Altro che nullatenenti, sequestrato il tesoro di Riina

Sequestrati beni per 1,5 milioni di euro al boss e ai suoi familiari. No al differimento della pena: ‘Totò u curtu’ resta in carcere:

Riina

PALERMO – Nel giorno del 25mo anniversario della strage di via D’Amelio, i carabinieri del Ros e quelli del Comando Provinciale di Palermo e Trapani hanno assestato un duro colpo alla famiglia di Totò Riina. I militari hanno infatti sequestrato al capo di cosa nostra e ai suoi familiari beni per 1,5 milioni di euro.

Il provvedimento della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo  ha consentito di individuare e colpire il patrimonio occulto riconducibile a Salvatore Riina, alla moglie Ninetta Bagarella e ai figli, Giuseppe Salvatore, Maria Concetta e Lucia. Quest’ultima aveva chiesto il bonus bebè, che poche settimane fa le è stato negato.

I beni sequestrati sono localizzati prevalentemente nelle province di Palermo e Trapani, e sono costituiti da 3 società, una villa, 38 rapporti bancari e, soprattutto, numerosi terreni di cui si è accertata l’attuale disponibilità al capo mafia corleonese.

Dall’indagine patrimoniale è emersa l’evidente sperequazione tra i redditi dichiarati negli anni da Riina e dai suoi congiunti, da cui è stato possibile ipotizzare l’utilizzo di mezzi e di risorse finanziarie illecite. La famiglia del capomafia detenuto dal 1993 al 41 bis, ha potuto contare su una significativa e continuativa disponibilità di denaro contante. La moglie, in particolare, malgrado i molteplici sequestri di beni mobili subiti nel tempo ed a fronte dell’assenza di redditi ufficiali, è riuscita a emettere nel periodo 2007-2013 assegni per un valore di oltre 42.000 mila euro a favore dei congiunti detenuti.

Tra i beni sequestrati, anche la villa di Mazara del Vallo, nel trapanese, in cui, in passato, nei periodi estivi Salvatore Riina avrebbe trascorso la latitanza insieme ai familiari. Le indagini hanno ricondotto l’effettiva proprietà dell’immobile, intestata a un prestanome, a Salvatore Riina il quale, dopo la sua cattura, la cedeva al fratello Gaetano che l’ha occupata ininterrottamente attraverso un fittizio contratto di locazione.

In passato, nel gennaio del 1984, Gaetano Riina aveva già subito la confisca dell’abitazione a lui intestata da parte del Tribunale di Trapani, nella persona del Giudice Alberto Giacomelli che proprio per questo motivo subì la vendetta dei corleonesi che l’uccidevano il 14 settembre 1988 e per il quale Salvatore Riina è stato condannato all’ergastolo.

Le intercettazioni hanno rivelato come l’abitazione oggetto dell’attuale sequestro fosse stata al centro di una contesa tra Gaetano Riina e la cognata, Ninetta Bagarella, che ne rivendicava la proprietà per sé e i suoi figli. Il sequestro riguarda beni che si trovano nelle province di Lecce e Brindisi,  intestati a Antonino Ciavarello, genero di Salvatore Riina: Società a Responsabilità Limitata Rigenertek, AC Service e Clawstek. Le aziende operano nella vendita al dettaglio di autovetture e, stando agli esiti delle indagini patrimoniali, sarebbero state costituite con proventi di presunta derivazione illecita. Dall’esame incrociato della contabilità di queste aziende è emersa una sperequazione di ben 480 mila euro, immessi per lo più in contanti ed in numerose tranches nei patrimoni sociali senza alcuna giustificazione legale.

Il Tribunale di Palermo, contestualmente al sequestro, ha inoltre sottoposto ad amministrazione giudiziaria l’azienda agricola dell’ente Santuario Maria Santissima del Rosario di Corleone. Le indagini hanno infatti permesso di accertare l’ingerenza di Salvatore Riina e della sua famiglia nel controllo e nella gestione di un vasto appezzamento di terreno del santuario, esercitati inizialmente attraverso Vincenzo Di Marco, storico giardiniere e autista del nucleo familiare di Salvatore Riina, e dal 2001 per il tramite del figlio, Francesco Di Marco. I Ros hanno posto in luce l’irregolare gestione dell’azienda agricola, di fatto amministrata per conto della famiglia Riina alla quale spettava ogni decisione sia sull’utilizzo dei terreni che sulla distribuzione delle rendite, esautorando il legale rappresentante dell’Azienda.

L’amministrazione giudiziaria durerà sei mesi e avrà lo scopo di consentire la rimozione degli ostacoli al libero esercizio delle attività aziendali depurandole dalle infiltrazioni mafiose. Decisivi riscontri in tal senso sono stati ricavati dagli esiti delle indagini della Compagnia Carabinieri di Corleone che, nel 2012, ha documentato l’esistenza di una controversia per la gestione di tali terreni tra il figlio del capo mandamento, Leoluca Lo Bue, e Francesco Di Marco che aveva costretto quest’ultimo a rivolgersi prima a Giuseppe Salvatore Riina e successivamente alla madre Antonina Bagarella. La questione, dopo un lungo e aspro confronto, era stata risolta a favore Di Marco, rimanendo cogente l’iniziale decisione di Salvatore Riina che il capo mandamento pro-tempore Rosario Lo Bue non si era permesso di modificare.

Il dato rappresenta “un ulteriore elemento sintomatico di come l’anziano e malato capo di cosa nostra, nonostante la lunga detenzione, sia riuscito nel tempo ad imporre il proprio volere riguardo dinamiche criminali non solo interne al mandamento di Corleone, ma anche nei più generali assetti di cosa nostra, come hanno dimostrato, nel 2008, gli esiti dell’operazione denominata ‘Perseo’ dei Carabinieri”.

IL “CAPO DEI CAPI” RESTA IN CARCERE – Intanto, nella tarda mattinata di oggi, il Tribunale di sorveglianza di Bologna ha rigettato la richiesta di differimento pena o, in subordine, di detenzione domiciliare presentata dai legali del boss corleonese. I giudici hanno riunito due procedimenti, decidendoli insieme. Riina quindi resta detenuto al 41bis nel reparto riservato ai carcerati dell’ospedale di Parma. Alla richiesta dei legali, motivata da ragioni di salute del boss, si è opposto il pg di Bologna Ignazio De Francisci. 

“Io non mi pento… a me non mi piegheranno” e “Io non voglio chiedere niente a nessuno … mi posso fare anche 3000 anni no 30 anni”. Così Totò Riina si è rivolto alla moglie Ninetta Bagarella in un colloquio video-registrato avvenuto lo scorso 27 febbraio. Le parole del dialogo, “nel contesto di uno scambio di frasi su istanze da proporre”, scrivono i giudici, sono nell’ordinanza con cui la Sorveglianza ha rigettato l’istanza del boss di Cosa Nostra.

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