Riina, il giorno delle polemiche: “Stia in carcere, lui non ebbe pietà”

La pronuncia della Cassazione sulla possibilità di differire la pena del boss, per motivi di salute ed età avanzata, ha acceso ieri un aspro dibattito 

Riina

E’ la prova che la ferita non si è mai chiusa, che lo squarcio delle Stragi di mafia sulla pelle dell’Italia non si è mai rimarginato. La pronuncia della Corte di Cassazione sulla possibilità di differire la pena a carico di Totò Riina, per intervenute condizioni di salute ed età avanzata, ha acceso ieri un aspro dibattito nei media e sopratutto sulla rete. Da una parte gli assertori della necessità che il Capo dei Capi sconti fino all’ultimo dei suoi giorni in cella, al netto di qualunque peggioramento delle condizioni di salute; dall’altra quanti, pochi in verità, ricordano che la superiore civiltà dello Stato dovrebbe garantire al boss quella pietà che egli non ebbe per le sue vittime.

Della prima opininone è la Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosy Bindi: “Totò Riina è detenuto nel carcere di Parma dove vengono assicurate cure mediche in un centro clinico di eccellenza – ha detto l’onorevole commentando la notizia – E’ giusto assicurare la dignità della morte anche ai criminali, anche a Riina che non ha mai dimostrato pietà per le vittime innocenti. Dopo terribili stragi e tanto sangue, il più feroce capo di Cosa Nostra è stato assicurato alla giustizia e condannato all’ergastolo. Anche se vecchio e malato – ha concluso la Bindi – la risposta dello Stato non può essere la sospensione della pena”.

 

I PARENTI DELLE VITTIME – Un giudizio condiviso dai parenti delle vittime di Riina, che hanno ricordato la ferocia sanguinaria del boss quando egli fu libero di operare a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta: “Siamo a dir poco basiti – ha scritto in una nota la presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime di via dei Georgofili Giovanna Maggiani Chelli – Aspettiamo il pronunciamento del Tribunale di sorveglianza di Bologna, un giudice ci sarà pure in questo Paese”.

Netto anche il commento rilasciato da Rita Dalla Chiesa, volto noto della televisione italiana e figlia del Generale Carlo Alberto. “Penso che mio padre una morte dignitosa non l’ha avuta, lo hanno ammazzato senza neanche un lenzuolo per coprirli. Di dignitoso, purtroppo, nella morte di mio padre non c’è stato niente”,  ha detto la conduttrice parafrasando le parole della Suprema Corte, secondo cui il boss avrebbe diritto “ad una morte dignitosa” come quella di qualunque altro detenuto. Un tema non secondario, ricorda l’ex eurodeputato Sonia Alfano, secondo cui “tanti detenuti sono morti nelle carceri italiane senza che i togati si pronunciassero, e di sicuro non avevano sulle spalle un numero infinito di delitti compiuti ed ordinati come quelli a carico di Riina, questa belva che non hai mai accennato ad alcun segnale di pentimento”.

Durissime anche le parole di Salvatore Borsellino: “Lo sapevano da 25 anni, da quando gli hanno commissionato la strage di Via D’Amelio assicurandogli che non sarebbe morto in carcere – ha scritto su Facebook il fratello del magistrato ucciso nel ’92, poche settimane dopo il collega Giovanni Falcone – Stanno pagando la cambiale che hanno firmato 25 anni fa. A che serve continuare a gridare giustizia e verità, la giustizia non esiste e la verità è che viviamo in un paese in cui è al potere una banda di assassini. Hanno avuto forse una morte dignitosa quelli che sono stati fatti a pezzi in Via D’Amelio?”.

 

LA POSIZIONE DI DON CIOTTI – Sul possibile differimento della pena per il Capo dei Capi è intervenuto anche il fondatore di “Libera” don Luigi Ciotti: Il diritto a morire dignitosamente vale per ogni persona detenuta, come ci ricorda la Costituzione – ha scritto in una nota il sacerdote, da anni in prima linea nella lotta alle mafie – Non fa eccezione Toto Riina, al quale è giusto assicurare tutte le cure necessarie in carcere e, se occorre, in ospedale, affinché la detenzione non aggravi le sue condizioni di salute. Perché certo c’è una persona malata, al quale lo Stato deve riservare un adeguato trattamento terapeutico a prescindere dai crimini commessi e dalla presenza o meno – che in questo caso non c’è stata – di una presa di coscienza, di un percorso di ravvedimento e di conversione”.

Una posizione, quella del sacerdote, non del tutto sbilanciata in favore di un’attenuazione della pena: “Ma c’è anche una vicenda di violenza, di stragi e di sangue che ha causato tante vittime e il dolore insanabile dei loro famigliari – ricorda don Ciotti – Molti di loro ho avuto la fortuna di conoscerli, e di apprezzarne il coraggio e la fermezza d’animo, la ricerca di verità e la speranza incrollabile nella giustizia, il rispetto per le istituzioni e la volontà di trasformare il dolore in impegno, in contributo alla costruzione di una società più giusta. C’è dunque un diritto del singolo, che va salvaguardato. Ma c’è anche una più ampia logica di giustizia di cui non si possono dimenticare le profonde e indiscutibili ragioni”. 

La ferita non si è mai chiusa, lo squarcio non si è mai rimarginato. E si ha la sensazione che non si rimarginerà mai, quale che sia il destino di Riina. 

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