Sacerdoti e pedofilia, la piaga che la chiesa etnea non riesce a debellare

La condanna in appello di un sacerdote di Randazzo accusato di aver abusato di un minorenne è soltanto l’ultimo capitolo di una lunga storia di violenze

La scena è pittoresca, quasi da film in costume. Decine di sacerdoti in talare nera che sfilano lungo i corridoi del Palazzo di Giustizia di Catania. Peccato che, secondo i Giudici della Prima Sezione della Corte di Appello, si tratterebbe di un film dell’orrore. Quello di Vincenzo Calà Impirotta, sacerdote di Randazzo accusato di avere abusato dal 2005 al 2007 di un ragazzino minorenne. In primo grado il prete aveva avuto quattro anni, ridotti a tre dalla sentenza di Appello emessa nelle scorse ore.

E durante il processo si è assistito proprio a questo: il clero randazzese e i fedeli stretti intorno al sacerdote accusato di essere un orco. Anche di fronte alle prove fornite all’accusa, sostenuta dal Pm Miriam Cantone. Anche di fronte alle parole dell’avvocato di parte civile, che hanno descritto lo strazio della vittima incapace per anni di denunciare gli abusi, avvitata nella vergogna e nella paura di non essere creduta. Anche di fronte alle parole del Vescovo di Acireale, Monsignor Antonino Raspanti, che già all’indomani della sentenza di primo grado aveva espresso “profondo dispiacere e vivo dolore” per la vicenda, chiedendo di pregare per la vittima ma anche per il sacerdote.

Parole che raccontano una Chiesa purtroppo impreparata e inefficace nel contrastare il male nel suo stesso seno. Sopratutto ai piedi dell’Etna, dove i casi di abusi e violenze che si sono rincorsi in questi anni non sembrano aver portato a nessuna svolta. Replicando anzi gli stessi meccanismi, con le comunità di fedeli stretti intorno a sacerdoti divenuti santoni e le Curie immobili, trincerate dietro parole di circostanza e procedure farraginose.

Soltanto un anno fa la Diocesi di Acireale è stata sconvolta dal caso del sedicente “arcangelo” Pietro Caruana, accusato di aver molestato ripetutamente decine di ragazzine minorenni all’interno della comunità parareligiosa da lui guidata. Il caso ha avuto eco nazionale per l’efferatezza delle violenze e il “potere” economico e politico accumulato dal santone. Politici e colletti bianchi erano finiti nelle maglie dell’inchiesta. E un sacerdote era stato accusato di aver violato il Sacramento della Confessione per rivelare ad alcune persone che erano indagate.

Dalla Diocesi di Acireale, responsabile della condotta del sacerdote e moralmente della comunità, poche confuse parole di biasimo e vergogna.

Per non parlare di padre Pio Guidolin, parroco della Chiesa di Santa Croce al Villaggio Sant’Agata, che molestando i bambini avrebbe compiuto blasfemie con l’olio santo. Violenze rivendute alle vittime come “atti di purificazione” e avvicinamento al Sacro. Ma il sacerdote aveva anche altri argomenti per convincere vittime e famiglie a tacere. Secondo gli inquirenti in molti, nella parrocchia di Santa Croce al Villaggio Sant’Agata, avrebbero saputo. Ma avrebbero taciuto anche per la minaccia da parte del sacerdote “di far intervenire esponenti della criminalità organizzata etnea”.

Dalla Diocesi di Catania nessuna presa di posizione. E non può essere concessa nemmeno l’attenuante del tempo. A Catania e ad Acireale gli Arcivescovi in carica governano da molti anni. Sono persone capaci e ascoltate anche fuori dai confini delle loro Diocesi. Eppure, l’unica risposta che hanno saputo dare è quella del silenzio. Come quelli su padre Calà, che i suoi abusi li avrebbe compiuti anche in chiesa, e persino durante un viaggio apostolico in Terra Santa.

Silenzi che si scontrano con le manifestazioni di solidarietà di fedeli e colleghi che durante tutto il processo hanno continuato a difendere il sacerdote randazzese. Con tanto di tonache, come in un film in costume. Dell’orrore.

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