Scacco al clan Rinzivillo, 37 arresti e sequestri milionari Manette per un avvocato e due Carabinieri “infedeli”

L’operazione della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo disposta dalle Direzioni Distrettuali Antimafia di Roma e di Caltanissetta. Sequestrati beni per 11 milioni

SCACCO AL CLAN RINZIVILLO 37 arresti e 11 milioni di beni sequestrati. Manette anche per un avvocato e due Carabinieri “infedeli”. Questo il bilancio dell’operazione della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo disposta dalle Direzioni Distrettuali Antimafia di Roma e di Caltanissetta nei confronti del clan mafioso gelese LEGGI l'ARTICOLO ——–> goo.gl/7BAbw8

Pubblicato da Tribù su Mercoledì 4 ottobre 2017

 

 

Ci sono anche un avvocato romano e due carabinieri tra i 37 arrestati nell’operazione – coordinata dalla Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e disposta dalle Direzioni Distrettuali Antimafia di Roma e di Caltanissetta – nei confronti del clan Rinzivillo di Gela, da sempre alleato dei Madonia e con i corleonesi. Nei confronti dei due militari l’accusa è di accesso abusivo alle banche dati delle forze dell’ordine: in sostanza avrebbero passato notizie riservate ai membri del clan. L’avvocato sarebbe invece il trait d’union tra i mafiosi e i professionisti.

Il blitz è scattato all’alba nei confronti di 37 soggetti, affiliati al clan mafioso, in Sicilia, Lazio, Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna. In particolare, il GIP del Tribunale capitolino, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, a seguito delle indagini condotte dal G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Roma e dal Reparto Operativo – Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Roma, ha disposto l’arresto di dieci persone, tra cui il boss gelese Salvatore Rinzivillo, da tempo residente a Roma, per intestazione fittizia di società al fine di eludere la normativa antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniali, traffici di droga sull’asse Germania – Italia, destinati a rifornire il mercato della Capitale, ed un grave episodio estorsivo, aggravato dalle modalità mafiose.

In merito a quest’ultimo episodio, le indagini svolte, consistite in intercettazioni telefoniche, ambientali e complessi accertamenti economico – patrimoniali, hanno permesso di documentare tutte le fasi dell’estorsione nei confronti della nota famiglia Berti, titolare del rinomato Cafè Veneto, nella centralissima via Veneto della Capitale.

Secondo gli investigatori, il boss Rinzivillo, sollecitato da Santo Valenti, capo del clan a Gela, assistito da un nutrito numero di persone, i cosiddetti “ambasciatori”, a cui spettava il compito di individuare e monitorare le potenziali vittime da taglieggiare, poneva in essere chiare minacce volte a condizionare la gestione di forniture nell’ambito del mercato ortofrutticolo di Roma.

Al servizio di Rinzivillo anche due infedeli “uomini di Stato”, i carabinieri Marco Lazzari e Cristiano Petrone, utilizzati dal boss per l’acquisizione illecita di notizie sulla vittima attraverso l’abusivo accesso alle Banche Dati in uso alle Forze di Polizia. Lazzari inoltre veniva impiegato anche per l’effettuazione di sopralluoghi presso il Cafè Veneto.

Grazie a questa rete di ‘insospettabili’, Rinzivillo e Valenti, coadiuvati dai pregiudicati romani Angelo Golino e Salvatore Iacona (il primo , deputato alla consegna di pizzini minatori, l’altro, avendo la disponibilità di armi, investito della materiale realizzazione di atti violenti), e del pregiudicato gelese Rosario Cattuto (anch’egli responsabile di diretti atti intimidatori e minacce verbali) “compivano atti diretti in modo non equivoco ad ottenere dalla famiglia Berti, indebitamente, la somma di 180.000 euro”, scrivono gli investigatori.

La vittima dell’estorsione, Aldo Berti, individuato quale persona solvente ed economicamente capace di soddisfare le indebite richieste, da un lato, presentava formale denuncia contro gli estortori e, dall’altro, al fine di dirimere la controversia, si rivolgeva al pregiudicato mafioso palermitano Baldassarre Ruvolo, prima collaboratore di giustizia e poi estromesso dal programma di protezione, già appartenente alla famiglia mafiosa di Cosa Nostra dei Galatolo dell’Acqua Santa di Palermo.

Contemporaneamente, il GIP del Tribunale nisseno, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta, a seguito delle indagini condotte dalla Squadra Mobile della Questura di Caltanissetta, con la collaborazione del Commissariato di Gela, e dal G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Roma ha disposto l’arresto di 31 persone, per associazione di stampo mafioso, plurimi episodi di estorsione e detenzione illegale di armi, riciclaggio e autoriciclaggio, intestazione fittizia di società al fine di eludere la normativa antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniali e traffici di droga.

Le indagini, che anche in questo caso si sono avvalse di intercettazioni telefoniche, ambientali e mirati accertamenti patrimoniali, hanno permesso di “attestare l’attuale operatività della famiglia mafiosa Rinzivillo, etero diretta dai reclusi al regime del cosiddetto ‘carcere duro’ Antonio e  Crocifisso Rinzivillo, attraverso la figura del ‘reggente’  Salvatore Rinzivillo,” il quale, dopo le operazioni Malleus e Redivivi avvenute nel giugno e nel novembre 2015 “veniva richiamato in Sicilia dalla Capitale, al fine di riorganizzare le illecite attività della famiglia mafiosa e riaffermare il predominio sul territorio, coprendo la vacanza di comando venutasi a creare”.

Secondo l’accusa, Rinzivillo, investito del ruolo di reggente della famiglia mafiosa di Gela, intraprendeva “diretti rapporti con altri capi mafia palermitani, con mafiosi operativi nella provincia di Trapani e di Catania, mostrando un assoluto dinamismo criminale, sia rispetto alla commissione di molteplici reati volti ad agevolare l’associazione mafiosa (estorsioni, altri traffici di droga, plurimi episodi di detenzione illecita di armi da fuoco) e sia con riguardo alla diversificazione delle attività commerciali-imprenditoriali riconducibili alla famiglia, con conseguente infiltrazione nell’economia legale.

Dai due distinti procedimenti, per gli inquirenti emerge che al vertice del clan Rinzivillo – operante principalmente nel mandamento di Gela, ma con articolazioni anche nel Lazio, in Lombardia e pure in Germania – continuino ad esservi, nonostante la detenzione al 41 bis, i personaggi storici di riferimento del sodalizio, vale a dire i fratelli Antonio e Crocifisso Rinzivillo, con Salvatore Rinzivillo che qualche tempo dopo la sua scarcerazione, avvenuta nel 2013, ha assunto il ruolo di reggente.

L’organizzazione, peraltro, è risultata allo stato composta da un’ala criminale – che si occupa di traffico internazionale di sostanze stupefacenti, estorsioni, intestazioni fittizie e traffico di armi – e da un’ala imprenditoriale, che si occupa invece di edilizia, di trasferimento fraudolento di beni nonché di commercializzare autoveicoli, alimenti in genere e prodotti ittici in particolare.

Sul fronte criminale, il clan è risultato attiva nello storico settore delle estorsioni. In particolare è emerso che Salvatore Rinzivillo, direttamente o per il tramite di suoi accoliti, pretendesse il pagamento di somme di denaro a titolo estensivo, richiedesse modalità di pagamento indebite rispetto a forniture di prodotti ittici e procedesse al violento recupero di crediti. Parimenti, l’organizzazione è risultata dotata di una allarmante potenza di fuoco, essendo in possesso di più armi, a disposizione del sodalizio mafioso per eventuali intimidazioni e/o regolamenti di conti. 

Sul fronte imprenditoriale, di primaria importanza è risultato l’interesse per la commercializzazione di prodotti ittici sull’intero territorio nazionale e all’estero, grazie ad accordi tra il boss gelese ed importanti esponenti della mafia palermitana. In virtù del patto avveniva la spartizione territoriale per il commercio di prodotti ittici in tutta la Sicilia, con mire espansionistiche anche sui mercati romano, milanese e tedesco. Le società ittiche erano inoltre utilizzate per il reimpiego dei proventi illeciti derivanti dalle attività criminali del sodalizio mafioso.

Il “patto mafioso” sul commercio di pesce, peraltro, consentiva al Salvatore Rinzivillo di “infiltrarsi” nel mercato di settore per mezzo di imprese mafiose da lui controllate, riferibili ai gelesi  Carmelo e Angelo Giannone, padre e figlio. E ancora. Il boss gelese prendeva contatti con esponenti mafiosi di Mazara del Vallo (costringendo alcuni imprenditori locali a fornire il pesce a credito piuttosto che a fronte di pagamento in contante all’atto della consegna), con importanti pregiudicati messinesi e perfino con il boss italo-americano Lorenzo De Vardo, di stanza a New York e appartenente alla fazione Catalano della famiglia di Cosa Nostra Bonanno, anche per l’avvio di importanti iniziative economico-commerciali.

Rilevati anche di Salvatore Rinzivillo con clan mafiosi catanesi. In particolare, con appartenenti alla famiglia calatina di Francesco La Rocca, storico capomafia di San Michele di Ganzaria, al al clan dei “Carcagnusi” (MAZZEI), sodalizio criminale catanese con interessi anche nella Capitale e, per esso, indirettamente, con  Sergio Giovanni Gandolfo, detenuto all’estero.

Dalle indagini è emerso che l’atteggiamento del boss gelese nei confronti dei “Carcagnusi”, dapprima conflittuale, mutava al punto che, nel febbraio del 2016, si attivava per affidare la difesa legale di Gandolfo all’avvocato romano  Giandomenico D’Ambra, facendo da tramite tra quest’ultimo ed i familiari del primo. Come rilevato dalla D.D.A. di Caltanissetta, la figura del legale costituisce “l’archetipo dell’esponente della cosiddetta ‘area grigia’: un professionista che si serve della criminalità organizzata e di cui quest’ultima, a sua volta, si avvale in un chiaro e diretto rapporto sinallagmatico.

Su richiesta e per conto di Salvatore Rinzivillo, l’avvocato D’Ambra “ha intessuto affari illeciti di interesse comune, ha incontrato altri affiliati del clan operanti in Lombardia, come  Rolando Parigi e Alfredo Salvatore Santangelo, nonché, per propri fini, non ha esitato ad avvalersi dei ‘servizi’ che gli appartenenti all’organizzazione criminale risultavano in grado di dispensare con il metodo dell’intimidazione (dando mandato a Rosario Cattuto di porre in essere un’aggressione fisica ai danni di un soggetto per asportagli, con violenza, un orologio ‘Philip Patek’ del valore di circa quarantamila euro).

Ma v’è di più: le indagini della DDA di Caltanissetta e Roma hanno chiarito come l’avvocato romano si preoccupasse addirittura di raccogliere notizie su indagini in corso, specie se  relative a Salvatore Rinzivillo per poter assumere le necessarie contromisure ed eludere le investigazioni. A tale fine, il boss “fidelizzava i due carabinieri infedeli Petrone e Lazzari.  Quest’ultimo giungeva a gestire i contatti con altri affiliati del clan mafioso, tra cui Ivano Martorana, luogotenente del boss in Germania ed attivo nel traffico illecito di sostanze stupefacenti,  e assecondando la volontà del capo mafioso sulla necessità di evitare contatti diretti con soggetti di una certa caratura criminale e ritenuti a rischio di indagini. Lazzari fungeva, a tale scopo, da “collegamento”, insieme allo stesso Martorana, per intermediare i contatti tra il boss gelese e Nicola Gueli , oltre a svolgere taluni “servizi” di appostamento e sopralluogo, funzionali alla realizzazione di attività estorsive. All’avvocato e a Lazzari è stata contestata la condotta illecita di concorrenti esterni rispetto all’associazione mafiosa Cosa Nostra. 

Gli affari della mafia gelese arrivavano, come detto, in Germania, dove il boss rivitalizzava la cellula criminale, operante a Karlsruhe e Colonia, guidata da Martorana insieme allo zio Paolo Rosa, altro gelese trasferitosi in Germania e già collegato al capo famiglia Antonio Rinzivillo Antonio. Martorana aveva il compito di organizzare e gestire di diversi traffici di droga e di verificare la possibilità di realizzare articolati investimenti in Germania nei settori storicamente d’interesse della famiglia mafiosa gelese, quali le costruzioni e quello alimentare. Per il traffico di droga, gli investigatori hanno rilevato contatti anche con la ‘ndrangheta e in particolare con il latitante Antonio Strangio,  inteso “TT”, noto gestore del ristorante “Da Bruno” a Duisburg, teatro nell’agosto del 2007 della cosiddetta “strage di ferragosto”.

 

La D.D.A. di Caltanissetta ha disposto il sequestro preventivo di due compendi aziendali, di partecipazioni di tre società, denaro contante e un’autovettura di grossa cilindrata, per un ammontare complessivo di circa 11 milioni di euro.

 

Articoli correlati

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nome *