“Scusa Matteo Messina Denaro, ora è lo Stato il nostro nemico”

La lettera di Bernardo Calasanzio Borsellino, nipote di due vittime della mafia

“Gentile Matteo Messina Denaro, ti devo chiedere scusa”

Comincia così una lettera atipica che vuole raccontare una storia assurda. Tutta, purtroppo, all’italiana.

Bernardo Calasanzio Borsellino è un giornalista 31enne. Ma è anche il nipote di Giuseppe e Paolo Borsellino, ammazzati dalla mafia agrigentina il 17 dicembre e il 21 aprile del 1992 a Lucca Sicula.

Gli omonimi del giudice antimafia erano due semplici operai-proprietari di un piccolo impianto di calcestruzzi. Hanno detto no all’ingresso di Cosa Nostra nella loro attività.

“Con mio nonno hanno usato una mitraglietta, con mio zio una fucilata. Da piccolo anziché il Topolino leggevo le carte dei processi, le perizie, le relazioni medico-legali. La mafia è questo, carne e sangue. Mia madre Antonella, figlia e sorella delle vittime, mi ha educato alla giustizia, alla legalità: Noi abbiamo solo lo Stato mi diceva sempre. Poi però la vedevo partire per i processi e tornare in lacrime: per mio zio Paolo nessuno ha pagato, né mandanti né esecutori; per mio nonno in carcere c’è solo un killer”.

“E chi se ne fotte gentile Matteo”. Sì, chi se ne importa se dopo il sangue, ti strappano pure la dignità. Succede così che lo zio Paolo, ucciso a soli 32 anni, viene indicato da un finto pentito come persona vicina al malaffare.

Paolo Borsellino
Paolo Borsellino

Dunque, non “vittima innocente” ma addirittura coinvolto nell’omicidio di un capomafia di Burgio, Stefano Radosta. Alla Prefettura di Agrigento è bastata la sola testimonianza di questo benzinaio, poi smentita da due sentenze, per far decadere il riconoscimento di vittima di Cosa Nostra.

“Come hanno fatto con Pippo Fava, ucciso per le donne, o Beppe Alfano, ammazzato per il gioco. Una sentenza di Appello e una di Cassazione hanno distrutto sia il Primo Grado sia quel finto pentito. Ma la Prefettura ha confermato: non è una vittima di mafia. Allora abbiamo chiesto: se avete delle carte che non conosciamo, se il nostro Paolo era un mafioso, abbiamo diritto a saperlo. No, non ci sono altre carte ci hanno detto. Abbiamo chiesto e supplicato decine di volte di essere ascoltati, nessuno ci ha mai degnato di attenzione”.

A Paolo Borsellino non viene ripristinato lo stato di vittima di Cosa Nostra. Nonostante le prove. “Il problema è che se la Prefettura e il Ministero dell’Interno ammettessero di essersi sbagliati, ci spetterebbe una valanga di soldi. Milioni e milioni di euro di arretrati e risarcimenti. Mi metto nei panni dei funzionari: chi si brucia la carriera per restituirci la verità? Mio zio è vittima della burocrazia e della vigliacchieria dello Stato”.

Ucciso una seconda volta da chi ne trivella la memoria, da quei “miserabili che presenziano alle manifestazioni antimafia, che si riempiono la bocca di parole”. Tra cui, i familiari di persone uccise dalla mafia iscritte a Libera che stanno letteralmente “linciando” la madre di Bernardo per questa lettera. “Non bisogna chiedere scusa ai mafiosi” gli rimproverano ma “chi attacca ha la pancia piena, non sanno cosa vuol dire battersi per la memoria, non per i soldi”, risponde Bernando.

Questa è la situazione gentile Matteo Messina Denaro. Dunque ti devo chiedere scusa perché voi, in confronto a questa gente, siete stati dei dilettanti. Vi siete limitati ad uccidere. Loro no. Loro hanno stuprato la memoria dei miei parenti, ci hanno minacciato di togliere la dignità (lo status di vittima, ndr) anche a mio nonno, ci rispondono con missive circolari che ci rimbalzano a destra e a manca, in cui fondamentalmente la risposta è: NOI SIAMO NOI, E VOI… Noi non abbiamo diritto alla verità, tutto qui”.

Nessuno che si sporchi le mani. D’inchiostro, stavolta, e non di sangue.

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