I “selfie” pornografici scattati dal minore stesso non sono reato

Per la Corte di Cassazione i selfie pedopornografici, i cosiddetti sexting non costituiscono reato

Per la Corte di Cassazione i selfie pedopornografici, i cosiddetti sexting non costituiscono reato.

Con sentenza del 18 febbraio 2016 n. 11675, la Suprema Corte, Sez. III Pen., infatti ha rigettato il ricorso presentato dal Procuratore della Repubblica avverso la pronuncia del Tribunale per i minorenni di L’Aquila, che escludeva gli imputati dal reato di aver ceduto ad altri materiale pornografico, raffigurante una minore di anni diciotto.

E’ la storia di una minorenne, che, di propria iniziativa e senza l’intervento di alcuno, effettuava degli autoscatti del proprio corpo e volontariamente li inviava ad altri soggetti, anche loro minorenni, che a loro volta li diffondevano ulteriormente.

Ed è proprio quest’aspetto che ha condotto il Giudice di merito ad emettere sentenza favorevole alla minorenne, motivando che l’autore della condotta deve necessariamente essere un soggetto diverso dal minore “sfruttato”, cosicché in assenza di estranei non può configurarsi il reato di pedopornografia.

Il Tribunale, in sostanza, ha sancito che “l’art. 600 ter, co. 4, c.p. sanziona sì la cessione di materiale pedopornografico, ma a condizione che lo stesso sia stato realizzato da soggetto diverso dal minore raffigurato.

La Procura ha contestato la pronuncia, invocando invece l’applicazione dell’art. 600 quater del codice penale che “sanziona chiunque consapevolmente si procura o detiene materiale pornografico realizzato utilizzando minori degli anni diciotto”.

Gli Ermellini hanno evidenziato in particolare che la giovane età non poteva ritenersi “utilizzata” da terzi soggetti, essendo il selfie spontaneo, e di conseguenza non potendosi fare rientrare il fatto nella fattispecie voluta dalla norma incriminatrice.

Si sarebbe realizzata in questo caso un’analogia in malam partem, appunto vietata dalla legge.

La Corte di Cassazione, ha chiarito che l’art. 600 quater c.p. ha mera funzione di chiusura, volta ad evitare zone grigie di impunità e vuoti sanzionatori, tant’è che si apre con una clausola di riserva che esclude in toto la norma che precede.

E’ vero che il legislatore ha voluto punire – in adesione alla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989 – oltre alle attività sessuali compiute con i minori o alla presenza di minori, anche tutte le attività che in qualche modo sono prodromiche e strumentali alla pratica della pedofilia, come per l’appunto la diffusione di materiale pedopornografico.

Tuttavia, per quanto sia stata in tal modo fortemente ampliata la tutela dei minori, appare ictu oculi una mera forzatura qualificare come fattispecie di reato anche il caso in esame, attesa l’assoluta volontarietà della produzione e diffusione dei “selfie” e quindi la totale assenza di strumentalizzazione della minore, che è invece a fondamento del disposto normativo.

La Procura avrebbe rilevato la sussistenza di “un pericoloso e gravissimo vuoto di tutela”.

Sarebbe pertanto auspicabile un intervento del legislatore oppure è condivisibile l’orientamento della Cassazione?

 

di Fidalma Anicito, componente della Camera Minorile di Catania

 

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