Sonia Alfano: “Lo Stato ha dimenticato mio padre”

“Siamo solo noi familiari a portare avanti l’eredità di Beppe”

Sonia alfano

Sonia Alfano ha una voce dolcissima. E’ questo il primo dato che l’intervistatore trae parlandole, e dispiacendosi che una voce così bella debba velarsi di malinconia. Motivi di particolare lietezza, purtroppo, non ce ne sono: sopratutto oggi che è l’anniversario dell’uccisione di suo padre. Beppe Alfano fu ammazzato la notte di ventiquattro anni fa da tre colpi di pistola sparati dalla mafia. Possiamo dire “dalla mafia”, ma non aggiungere altro, perché a tutt’oggi su quell’omicidio non è stata fatta luce.

Oggi Beppe esiste nel volto di sua figlia, che ha i suoi occhi e le sue labbra e cerca di tenerne vivo il ricordo. Con determinazione, con fatica, nonostante la sensazione di remare controcorrente si faccia ogni anno più forte. E nonostante questo Paese dimostri giornalmente di non meritare questo suo martire, come se esistessero eroi di serie a e di serie b. “Speculare e discriminare è veramente macabro – dirà Sonia nel corso dell’intervista – Eppure c’è gente che lo fa”.

Alfano
Beppe Alfano (1945-1993)

Onorevole Alfano, oggi è l’anniversario dell’uccisione di suo padre. Cosa sopravvive della sua eredità di giornalista e uomo libero?

Guardi, io le posso rispondere con molta amarezza. Preferisco non parlare di un’eredità collettiva o istituzionale. Oggi a ventiquattro anni dall’omicidio mi sento di dire che mio padre è stato ucciso dal piombo e seppellito dalla memoria. Dal punto di vista istituzionale le assicuro che non c’è alcuna volontà di fare chiarezza. Da tantissimi anni ci sono delle indagini aperte a Messina e nessuno – dico, nessuno – si è mai preoccupato di dirci qualcosa, di chiamarci, di portarci a conoscenza di quanto stava accadendo dal punto di vista giudiziario, se non dietro nostra insistenza.

Siete stati lasciati da soli. 

Ad un certo punto, anche per rispetto del ruolo della magistratura, noi abbiamo smesso di chiedere con insistenza quello che in realtà è un nostro diritto. E ripeto, nessuno mai si è preoccupato di venirci a raccontare quello che stava accadendo, nonostante i titoli dei giornali parlassero di pentiti che stavano facendo rivelazioni eclatanti su quell’omicidio. Abbiamo assistito per l’ennesima volta a una carneficina quasi istituzionale della sua memoria. Mi sento di dure che tutto che tutto ciò che lui ha lasciato lo stiamo portando avanti noi figli nel nostro contesto quotidiano, nel ruolo che ognuno di noi occupa all’interno delle istituzioni. Sembra quasi che il Paese abbia paura a resuscitare ciò che lui ha lasciato.

Lei si è impegnata per l’equiparazione delle vittime della mafia con quelle del terrorismo. Anche questa battaglia di verità, come quella relativa a suo padre, deve ancora essere vinta.

E’ un riconoscimento che noi avevamo chiesto già nel 2007. Gli organi istituzionali di quel tempo ci avevano assicurato che sarebbe stata questione di poco. Invece stiamo assistendo, con cadenza devo dire quasi regolare, al riconoscimento di alcuni familiari, all’equiparazione di alcuni di essi quasi fosse una cosa ad personam. Noi non abbiamo intenzione di andare ad elemosinare dietro la porta di nessuno, chiediamo semplicemente che non vengano fatte delle discriminazioni che a me sembrano veramente macabre visto il contesto del quale stiamo parlando.

Sembra assurdo lo Stato possa discriminare le famiglie degli eroi che hanno combattuto la criminalità organizzata.

Abbiamo avuto notizia, solo pochi giorni fa, di un’ennesima equiparazione di quelle che erano vittime del dovere a vittime del terrorismo. Noi continuiamo a rimare lì in un’angolo, come se fossimo più una vergogna da dover occultare che qualcosa di cui andare fieri. Proprio la prossima settimana scriveremo agli organi istituzionali preposti e stiamo già dando incarico ad un legale di rappresentarci, se è il caso anche davanti all’Europa, perché è una discriminazione della quale mi ero occupata già quando ero membro del Parlamento Europeo.

Se le Istituzioni, di cui pure ha fatto parte, non fanno nulla per tutelare la memoria, il compito resta tutto alle famiglie.

Io intanto trovo vergognoso che a dover svolgere questa attività siano i familiari. Io penso che un Paese civile non dovrebbe lasciare questo compito ai familiari. Mi dispiace doverlo dire ma questo è veramente uno Stato che sta seppellendo con quintali di vergogna la memoria delle persone migliori che hanno dato la vita per questo stesso Paese. Credo che fino a quando non verrà ricostruita una politica diversa, una politica che metta sinceramente e seriamente la lotta alla mafia come priorità della propria agenda politica non andremo da nessuna parte.

Alla politica piace comparire agli anniversari. 

E fino a quando avremo persone che continuano a fare passerelle alle commemorazioni, cercando di accaparrarsi un selfie, una fotografia in prima fila con i familiari, per poterla poi mostrare per fare carriera da anti-mafioso, mi creda, abbiamo ben poco da poter sperare.

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