Così i pusher di Librino facevano giocare “Samuele”

Il “gioco” scoperto dagli inquirenti durante il blitz “Chilometro Zero” che nelle scorse ore ha azzerato una delle maggiori piazze di spaccio di Catania

CATANIA – Il bimbo si infila in un buco nel muro di mattoni rossi. Attraversa una stanza dalle pareti nude, senza pavimento e con i pilastri di cemento armato a vista. Si china su una grata poco più in là. Bussa tre volte. Un colpo solo gli risponde. Un brivido gli corre lungo la schiena. Da adesso in poi, secondo le regole, deve fare presto. Quella cosa deve restargli in mano il minor tempo possibile. Ma lui non deve correre, gli hanno spiegato, non deve dare nell’occhio. 

Dopo qualche istante la grata si apre e una mano gli porge un pacchetto di carta stagnola. Dentro ci sono dosi di cocaina per quasi mille euro. Samuele, nome di fantasia, si rialza ed esce dal palazzo da un’altra strada, passando per un altro buco nel muro. Attraversa sulle strisce un largo viale senza alberi. Giocherella con la stagnola mentre scende per la scivola di un sottopassaggio. Dall’altra parte un ragazzo sui diciassette anni fuma una sigaretta seduto su un motorino. Il bimbo gli consegna il pacchetto. Una sgommata e via, stasera la polvere bianca farà sballare qualcuno nei salotti buoni della città o nel nulla senz’anima delle periferie.

Samuele è stato bravo. Da qualche mese gioca a questo nuovo gioco, ma non ha ancora capito cosa si vince. 

Essere un corriere della droga a sei anni. Senza comprendere cosa si sta facendo. Possiamo immaginarcelo così, il “gioco” scoperto dagli inquirenti durante il blitz “Chilometro Zero” che nelle scorse ore ha azzerato una delle maggiori piazze di spaccio del quartiere di Librino a Catania. Un agglomerato urbano popoloso, dispersivo, povero. Dove il “lavoro” più ambito è quello che ti consente di guadagnare bene per poche ore in strada a spacciare. Nel corso delle indagini uomini della Compagnia di Fontanarossa del Comando dei Carabinieri hanno rinvenuto un pizzino con i dettagli e le cifre della “piazza”. Da cui si ricava che un pusher, in un solo turno, può guadagnare fino a cento euro. Più soldi di quanti possa portargli qualunque altro lavoro, ammesso che ci sia. E spesso e volentieri non c’è.

Nella piazza di spaccio di Saro Lombardo lavoravano almeno una trentina di famiglie. Organizzate come in un’azienda, con turni precisi e stipendi regolari. Molti dei fermati sono nati negli anni Novanta. Facce che non saranno mai pulite, residui di pseudo-scienza lombrosiana che scorrendo le foto degli arrestati recupera di senso e credibilità. Molti andranno in galera per la prima volta, altri hanno già fatto il callo. Per tutti, nonostante il carcere abbia formalmente uno scopo rieducativo, la strada è segnata. L’organizzazione ha previsto tutto. Anche in carcere gli uomini saranno stipendiati. Circa cento euro la settimana, una garanzia per le famiglie. A patto che chi sta al gabbo non si faccia strane idee. Quando uscirà non ci sarà alcuna possibilità di ricominciare. L’organizzazione ti rivuole. Ti pretende. Ti sbatterà di nuovo in strada a spacciare, o nei quartieri a riscuotere. Ma non ti lascerà andare. Mai.

E voleva prendersi anche Samuele – figliastro di uno arrestati – che dopo ogni consegna tornava indietro saltellando. Tra un po’ lo avrebbero richiamato per portare un altro pacchetto, e lui lo avrebbe portato. Silenzioso, efficiente, gratuito. Samuele non sa cosa siano i soldi. Non sa nemmeno cosa sia la droga. Sa soltanto ciò che vede intorno a sé. Cemento a perdita d’occhio e palazzi senza orizzonte. Dopo l’operazione di oggi sarà affidato ai servizi sociali. Ad uno Stato che cercherà di strapparlo al futuro di morte che la famiglia e il quartiere gli avevano confezionato tra una dose l’altra.

Può ancora salvarsi, ha soltanto sei anni. Mentre chi lo faceva giocare al corriere di morte, qualunque sia il suo destino terreno, è perduto per sempre. 

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